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Super-archivi a rischio privacy

Un gigante debolissimo. È l’identikit dell’Anagrafe tributaria ora che si prepara a ricevere i milioni di dati sui conti correnti e sulle utenze telefoniche. Il futuro è quello di un enorme archivio che però presenta tanti punti critici e non è al momento in grado di assicurare la piena sicurezza delle informazioni che arriveranno. A effettuare la radiografia di un sistema già ora imponente, ma destinato a diventare un vero e proprio Grande Fratello, è stato il Garante della privacy, che con un recente provvedimento ha invitato l’agenzia delle Entrate a correre ai ripari prima che diventi operativo il flusso di dati sui conti correnti.
Nel mirino è finito Entratel, ovvero l’applicativo che il fisco utilizza dal 1998 per ricevere i dati e su cui dai prossimi mesi dovranno viaggiare anche le informazioni sui conti correnti e quelle sulle utenze telefoniche. Ebbene, Entratel – ha spiegato l’Autorità della riservatezza riferendosi solo ai problemi che si prospettano nel ricevere le notizie bancarie – è inadeguato per supportare il massiccio invio di informazioni sui conti correnti da parte degli operatori finanziari. Il sistema, infatti, non è in grado di reggere il peso di file superiori a 3 megabyte, mentre i futuri documenti elettronici con i dati sui conti correnti avranno dimensioni anche di centinaia di megabyte. Per non parlare, poi, dei problemi della sicurezza delle informazioni, causati già oggi dalla necessità di “spezzare” i grandi file in tanti documenti inferiori ai 3 megabyte o di utilizzare altri supporti (come i Dvd), che fanno aumentare i rischi di manomissione dei dati. Ecco perché il Garante ha prescritto alle Entrate una serie di accorgimenti da mettere in pratica per proteggere l’Anagrafe che verrà.
Non è, però, la prima volta che l’Autorità ha colto in fallo la banca dati fiscale. La prima indagine salva-privacy risale, infatti, al 2008 e anche allora furono rilevate parecchie pecche. A cominciare dal fatto che non si conosceva con precisione il numero di utenti abilitato a interrogare l’Anagrafe: il Garante arrivò a censirne, sulla base delle informazioni ricevute dal fisco, 78mila, che facevano riferimento a 9.580 enti. Il quadro, però, non era completo, perché c’erano almeno altri 200 enti rispetto ai quali si ignorava il numero degli utenti abilitati a entrare nell’Anagrafe.
Un altro difetto riscontrato dall’Authority riguardava l’assenza di una chiara delimitazione degli accessi: le migliaia di utenti abilitati potevano navigare liberamente nei meandri del database fiscale, consultando anche informazioni non pertinenti. Un fronte su cui le Entrate sono già intervenute per ridurre i rischi: da ultimo, a dicembre il fisco ha avviato una serie di controlli presso gli enti autorizzati ad accedere all’Anagrafe, così da verificare il rispetto delle regole impartite nel 2008 dal Garante.
Il problema, tuttavia, non è solo quello di proteggere meglio la banca dati fiscale, tanto più ora che si prepara a diventare mega (basti pensare che i dati contenuti nel cosiddetto archivio dei rapporti finanziari, in cui finiranno anche le notizie sui conti correnti, sono già 600 milioni), ma è soprattutto di fare in modo che il super-cervellone tributario concepito in chiave anti-evasione non diventi sempre più famelico. Un aspetto che preoccupa il Garante della privacy, il cui presidente, Francesco Pizzetti, ha chiesto che la massiccia raccolta di dati, seppure effettuata per un fine condivisibile quale la lotta al sommerso, sia considerata una fase di emergenza da cui uscire al più presto. Non si può alzare continuamente l’asticella dei dati da chiedere al cittadino indipendentemente da ogni indagine, perché – ha avuto modo di affermare Pizzetti – «è proprio dei sudditi essere considerati dei potenziali mariuoli». Se poi quei dati non sono neanche protetti, la preoccupazione diventa angoscia.

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