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Il summit dei banchieri centrali e le domande sul sistema Italia

SINTRA (PORTOGALLO) A cinque giorni dallo strappo di Londra, gli investitori hanno definitivamente scelto il loro modo di esprimere il senso di rigetto per ciò che vedono in Europa: le banche. Sono diventate il punto preciso sul quale si scarica il contagio politico innescato dal referendum britannico.

I titoli di Stato dei Paesi più fragili nell’area euro non sono altrettanto venduti, perché la Banca centrale europea è sul mercato con il suo programma di acquisti. Gradualmente, anche le valute delle sette o otto maggiori economie dal mondo stanno iniziando a vivere la scia sismica decrescente dopo le colossali scosse dei giorni scorsi, in misura: i mercati sono acutamente coscienti che gli istituti di emissione del G7, le grandi banche centrali con un ruolo globale, possono entrare in gioco all’improvviso con interventi se la caduta della sterlina o la rivalutazione dello yen (e del dollaro) diventassero troppo frenetiche. La valuta britannica in particolare è ancora soggetta a un’enorme pressione al ribasso, ma non con l’isteria di giovedì notte e venerdì.

Restano i mercati azionari, dove le banche centrali non intervengono (ad eccezione della Banca del Giappone, ormai fra i primi dieci soci del 90% delle società quotate sul listino principale di Tokyo). E nei mercati azionari, restano in particolare le banche. È qui che si sta concentrando la protesta del mercato per lo spettacolo al quale assiste in Europa: gli istituti di credito funzionano con la leva del debito a sufficienza e sono abbastanza legati allo Stato di residenza per diventare l’obiettivo perfetto. È questo uno dei temi centrali che domina le conversazioni a margine del Forum annuale della Banca centrale europea in corso da ieri a Sintra, in Portogallo. Ed inevitabilmente molte delle domande dei banchieri e degli economisti riguardano l’Italia: le banche quotate a Piazza Affari hanno subito alcune delle perdite più violente nei due giorni di scambi dopo il referendum. Tutti gli invitati di Sintra hanno preso atto che il governo intende intervenire con un piano per stabilizzare gli istituti attraverso un sistema di garanzie pubbliche o forse con la ricapitalizzazione diretta di qualche azienda più fragile. Resta, fra gli altri, un dettaglio da chiarire: come reagirà il resto dell’Unione Europea. In base alle norme Ue, in tempi normali gli aiuti di Stato sono permessi solo dopo aver colpito i creditori e (se necessario) i depositanti di una banca, in modo da ridurne il debito: il cosiddetto «bail-in», che però rischia di innescare ancora di più il panico fra i risparmiatori.

L’Italia sta spiegando alla Commissione Ue che in questo caso il «bail-in» non va applicato: il Trattato Ue e le norme di legge consentono eccezioni quando è in gioco la stabilità finanziaria a livello sistemico. E la fase apertasi da giovedì scorso sembra rientrare esattamente in questo tipo di circostanze, secondo il governo.

Matteo Renzi ieri ne ha parlato con Angela Merkel a Berlino e la cancelliera tedesca non avrebbe espresso una posizione molto chiara in proposito. Dal Forum della Bce a Sintra, filtra soprattutto la stanchezza fra i responsabili della politica economica tedesca per la successione continua delle crisi europee. L’impressione diffusa è che Merkel ritenga l’iniziativa italiana un errore — preferirebbe aumenti di capitale delle banche fatti sul mercato — ma non si metterà di traverso. Per lei oggi è politicamente meno costoso lasciare che le banche italiane vengano stabilizzate con fondi del governo di Roma, piuttosto che dover presentare ai suoi elettori un altro intervento europeo, e dunque pro-quota tedesco, di «salvataggio»: peraltro l’Italia oggi non ne ha bisogno, dato che si può finanziare facilmente sul mercato.

Più complesso è stato invece fin qui il dialogo del governo con la Commissione europea. In particolare, lo è stato con Gert Jan Koopman, l’alto funzionario che dirige il settore aiuti di Stato per la direzione generale Concorrenza. Gli argomenti presentati dal governo di Roma per adesso non lo hanno convinto, anche se nelle ultime ore il negoziato ha registrato passi avanti. Per il momento, Koopman sembra insistere sull’obbligo di applicare le regole del «bail-in» anche se queste renderebbero di fatto il piano italiano inapplicabile.

Il confronto continua e sta registrando progressi. Se questi non saranno sufficienti in tempi utili, non è escluso che la trattativa salga di un piano e le istanze politiche facciano premio sull’alto funzionario olandese della Commissione Ue. Sempre che a quel livello gli argomenti dell’Italia facciano definitivamente breccia.

Federico Fubini

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