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Sull’Iva il reato si dilata

di Debora Alberici 

Estesa la portata applicativa del reato di omessa dichiarazione Iva. Ne risponde anche il contribuente che ha emesso fatture false che, a prescindere dall'incasso, avrebbe dovuto registrare.

Lo dice la Cassazione che, con la sentenza 35858 del 4/10/11, conferma la condanna per omessa dichiarazione Iva nei confronti di un imprenditore che aveva emesso fatture false senza registrarle. Due pagine di motivazioni per enunciare un principio molto chiaro, con una decisione destinata alla massimazione ufficiale: «Il delitto di omessa dichiarazione a fini dell'Iva è configurabile anche nel caso in cui siano state emesse fatture per operazioni inesistenti, in quanto, secondo la normativa tributaria, l'imposta sul valore aggiunto è dovuta anche per tali fatture, indipendentemente dal loro effettivo incasso, con conseguente obbligo di presentare la relativa dichiarazione».

Il caso nasce da un'indagine Gdf. Due piccoli imprenditori non avevano presentato la dichiarazione dei redditi e quella Iva. Oltre all'accertamento induttivo basato sui versamenti sul conto bancario, era scatta la denuncia penale. Il Tribunale di Milano aveva assolto i due ritenendo l'impossibilità di calcolare l'imposta evasa. In sostanza secondo i giudici non si poteva calcolare il tributo solo sulla base del fatturato senza procedere a una quantificazione dei costi necessari all'acquisto dei mezzi di produzione strumentali alla realizzazione del fatturato stesso. La Corte d'appello ha ribaltato il verdetto ritenendo invece colpevoli i due. Infatti secondo i giudici territoriali l'accertamento del maggior reddito era stato fatto sulla base di indici presuntivi di tipo astratto senza alcun riferimento ai dati specifici dai quali si potesse desumere con certezza l'imposta evasa. Ora la Suprema corte ha confermato il verdetto.

Ma non è ancora tutto. Nell'enunciare questo principio gli Ermellini ne hanno ribadito un altro e cioè che in tema di reati tributari, ai fini della configurabilità del reato di omessa dichiarazione ai fini di evasione dell'imposta sui redditi (art. 5, dlgs 10 marzo 2000, n. 74) non può farsi ricorso alla presunzione tributaria secondo cui tutti gli accrediti registrati sul conto corrente si considerano ricavi dell'azienda (art. 32, comma primo, n. 2, dpr 29 settembre 1973, n. 600), in quanto spetta al giudice penale determinare l'ammontare dell'imposta evasa, anche ricorrendo a presunzioni di fatto. Nel caso specifico hanno pesato altri rilevanti elementi. In primo luogo che gli imprenditori erano stati sottoposti a un diverso procedimento per fatture false. D'altronde, la documentazione relativa a fatture emesse a fronte di operazioni inesistenti può essere senz'altro rilevante per determinare la base imponibile.

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