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Sull’Iva al 5% l’ipoteca della Ue

L’introduzione dell’aliquota del 5% per le prestazioni socio sanitarie pone ulteriormente all’attenzione di tutti il problema dei limiti che incontra lo Stato italiano (come d’altronde tutti gli Stati membri dell’Ue) nel prevedere nuove aliquote ridotte ovvero di disporre in modo selettivo delle stesse per applicarle a beni e servizi non predeterminati in ambito unionale.
In effetti, in materia di aliquote la norma comunitaria è molto chiara: gli Stati membri applicano: una aliquota normale (o ordinaria) identica per cessioni e prestazioni di servizi (articolo 96, Direttiva 2006/112 e cioé la direttiva Iva); una o al massimo due aliquote ridotte (articolo 98). Per la prima è previsto un limite inferiore del 15%, mentre non è contemplato un tetto massimo, per cui ciascuno Stato può liberamente disporre in merito (attualmente l’aliquota massima applicata è quella dell’Ungheria 27%).
Diverso è il discorso per le aliquote ridotte che sottostanno sia ad un vincolo in termini numerici, infatti non se ne possono prevedere più di due; sia ad un vincolo di valore minimo, in quanto non possono essere inferiori al 5%, che ad un vincolo d’ordine merceologico, siccome possono applicarsi solo alle categorie di beni e servizi specificamente elencati nell’allegato III della direttiva Iva.
Pertanto, da quello che si è detto deriva che le aliquote Iva possono essere al massimo tre di cui una ordinaria, minimo del 15% ma senza limite superiore e (eventualmente) una o due ridotte applicabili, a loro volta, entro i suddetti limiti in valore e merceologici. Quindi, il passaggio di un bene/servizio da un’aliquota ridotta all’aliquota normale è sempre consentito mentre il viceversa è possibile ma solo se un certo bene/servizio è contenuto nella tassativa elencazione di cui al citato allegato III della direttiva.
A dire il vero sul piano del valore esistono deroghe applicate dai singoli Stati membri di aliquote superidotte (vale a dire inferiori al 5%). Queste deroghe derivano dalla «clausola di standstill» di cui all’articolo 113 della direttiva Iva che ha concesso agli Stati membri che il 1° gennaio 1991 applicavano aliquote ridotte inferiori al minimo, di continuare ad adottarle ma solo con riferimento ai beni e servizi che a quella data già ne beneficiavano, con preclusione dunque di estendere detta agevolazione a ulteriori categorie di cessioni o prestazioni. Questa è la situazione in cui si trova l’Italia per quanto riguarda l’aliquota del 4% in cui sono ricomprese una serie di operazioni già con aliquota superidotta prima del 1 gennaio 1991.
Sotto questo profilo si evidenzia che la Corte di Giustizia (sentenza C-119/11) ha chiarito che se un bene/servizio viene portato a un livello di aliquota superiore a quella superidotta perde la possibilità di essere nuovamente ricompreso nella specifica categoria. Infine, esistono degli Stati che in virtù di specifiche deroghe (previste direttamente dagli articoli da 109 a 130) possono applicare ulteriori aliquote ridotte o aliquote cosiddette «di parcheggio».
Con riferimento alla situazione italiana è chiaro che le ultime decisioni che si sono prese nella legge di Stabilità del 2015 e che si stanno prendendo nell’ambito della legge di stabilità del 2016 non appaiono del tutto in linea con i canoni europei e possono esporre l’Italia a specifiche procedure di infrazioni. Sulle aliquote ridotte, però, si attende a breve l’approvazione di una direttiva che probabilmente dovrebbe lasciare agli Stati membri maggiori libertà di azione.

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