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Sull’inflazione arriva l’«effetto Amazon»

L’avvento del web ha trasformato radicalmente le nostre abitudini di consumo. In un mondo pre-internet quando c’era da cambiare il televisore bisognava andare al negozio, farsi consigliare e infine scegliere tra un ventaglio di opzioni immensamente meno ampio di oggi. Con internet e soprattutto con la trasformazione dell’e-commerce in fenomeno di massa tutto questo è cambiato. Basta una rapida ricerca tra le centinaia di siti (più o meno indipendenti e attendibili) che offrono analisi comparative sui prodotti in questione per farsi un’idea del modello giusto. Una volta fatta la short list di candidati non resta che trovare l’offerta migliore nelle piattaforme di e-commerce più gettonate e l’affare è fatto. Se per i consumatori internet è una manna, per i commercianti la vita si è fatta enormemente più difficile e oggi anche i grandi centri commerciali che avevano fatto sparire i piccoli negozi negli anni ’2000 faticano a reggere la concorrenza sui prezzi di un gigante come Amazon.
A livello macro questa trasformazione delle abitudini di consumo legata a internet e, più in generale, alla digitalizzazione, ha l’effetto di generare una forte pressione al ribasso sui prezzi al consumo. Una spinta deflattiva che secondo alcuni economisti sarebbe una delle ragioni per cui, nonostante lo stimolo monetario senza precedenti messo in atto dalle maggiori banche centrali in tutto il mondo, non si veda ancora all’orizzonte una significativa ripresa dell’inflazione nelle economie sviluppate. Proprio ieri, nel giorno in cui la Fed ha annunciato l’atteso rialzo dei tassi, è stata resa nota l’ultima deludente rilevazione sull’andamento dei prezzi al consumo la cui crescita, depurata dalle componenti più volatili (energia e cibo) è risultata pari all’1,7 per cento. In calo rispetto all’1,8% di ottobre. L’ennesimo dato che stride con un’economia in crescita come quella americana in cui il tasso di disoccupazione, poco sopra il 4%, è ai minimi dal 2000. Storicamente un miglioramento del mercato del lavoro si accompagna a una crescita dell’inflazione ma negli Usa, così come in altre economie sviluppate, questa correlazione inversa tra disoccupazione e prezzi al consumo (la cosiddetta curva di Phillips) sembra non valere più. Un po’ per l’invecchiamento della popolazione e un po’ per gli effetti sull’economia che sta apportando la rivoluzione tecnologica. Effetti che riguardano sia la sfera del lavoro (salari sempre più bassi e professioni che spariscono) sia quella dei consumi. Amazon le tocca entrambe tanto che tra gli addetti ai lavori si parla di «Amazonificazione» dell’economia.
Gli analisti di Goldman Sachs in un recente report hanno studiato approfonditamente l’effetto Amazon sui prezzi arrivando a quantificarne l’impatto nello 0,1% sull’inflazione ufficiale e dello 0,25% sull’inflazione “core”, cioè depurata dalle componenti volatili. La stima riguarda solo gli Stati Uniti dove la quota dell’e-commerce sul totale delle vendite al dettaglio è oggi pari al 7 per cento. Libri, abbigliamento e articoli sportivi. Per queste e altre categorie di prodotti – segnalano gli analisti della banca americana – il calo dei prezzi è stato particolarmente marcato. Il motivo? Sono facilmente spedibili e per questo sempre più acquistati online.
L’effetto e-commerce – segnala Bilal Hafeez di Nomura – è in ogni caso solo l’ultimo fattore in ordine di tempo ad esercitare una pressione deflattiva nelle maggiori economie mondiali che negli ultimi 20 anni hanno sperimentato un drastico calo dei prezzi soprattutto per effetto della globalizzazione. L’invasione di prodotti cinesi a basso costo dal 2000 in poi è andata di pari passo con la comparsa, negli Usa ma non solo, dei grandi centri commerciali la cui affermazione ha anch’essa provocato un ribasso dei prezzi al consumo.

Andrea Franceschi

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