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«Sull’industria l’Europa segua l’esempio degli Usa»

Arriva alla testa di BusinessEurope, la confindustria europea che a Bruxelles rappresenta 20 milioni di imprese, nel mezzo di una congiuntura tra le più difficili del dopoguerra. Ma Emma Marcegaglia ama le partite difficili, soprattutto quando ha le idee chiare su come affrontarle.
La sua presidenza vuole essere pragmatica e insieme militante. Niente sudditanze istituzionali. La competitività dell’industria europea al centro di tutte le politiche «perché, ora che gli Stati Uniti si reindustrializzano, non possiamo permetterci di perdere la nostra manifattura».
La grande emergenza del vertice Ue che si apre domani a Bruxelles sarà la disoccupazione giovanile: benissimo i fondi Ue, purché non si dimentichi che «senza crescita le imprese non assumono i giovani». Anche questo dirà l’ex presidente di Confindustria ai 28 leader europei a nome di BusinessEurope, che partecipa per la prima volta all’incontro.
Sull’Italia e la crescita che non c’è, idee altrettanto chiare: «In Italia il livello di tassazione è incompatibile con la crescita. Bisogna tagliare la spesa pubblica per abbassare le tasse, fare le privatizzazioni per ridurre il debito. La patrimoniale sarebbe un grave errore».
Data ancora una volta per spacciata, l’America è ripartita, si sta reindustrializzando e dà filo da torcere alla Cina. L’Europa invece pare la Bella Addormentata dell’economia globale.
C’è una differenza fondamentale tra l’America, una nazione, e noi che siamo tante nazioni con politiche diverse, spesso conflittuali. Diversamente dal nostro, il sistema Usa è molto flessibile, poco burocratico, ha una politica pro-business ed è veloce tra momento delle decisioni e dell’attuazione.
È questo il segreto della ripresa e reindustrializzazione Usa?
C’è anche l’uso dello shale gas, che può cambiare i connotati dell’industria manifatturiera mondiale. Da noi se ne discute ma si dice no, è brutto, sporco e cattivo.
Conclusione?
O l’Europa cambia o la sua forza nel manifatturiero rischia alla lunga di sparire senza vere politiche pro-business e pro-competitività, dall’energia all’ambiente, dal mercato unico alla concorrenza. Oggi non ci sono. Con BusinessEurope intendo battermi per ottenerle.
Prendiamo il caso dei dazi antidumping Ue sui pannelli solari cinesi e le immediate ritorsioni di Pechino sul nostro vino. Metà Europa con la Germania dice no, per non rinunciare alla crescita che promette la Cina. L’altra metà replica che non si può competere con prezzi scontati dell’88% e che senza i dazi salteranno molte imprese e 25.000 posti di lavoro europei. Lei da che parte sta?
Sono per la libera concorrenza e per i mercati aperti, a patto che ci siano regole chiare, uguali per tutti. E siano rispettate. Se vengono violate, i dazi anti-dumping diventano inevitabili. Proprio per difendere i mercati liberi.
Domani ci sarà il vertice Ue su crescita e occupazione. Come dovrebbe concludersi per essere definito un successo?
Dando un segnale davvero concreto sulla disoccupazione giovanile, facendo scattare gli aiuti Ue da 6 miliardi dal 1° gennaio 2014 e versandoli in 2 anni. E un altro segnale concreto sull’accesso ai finanziamenti per le imprese.
Sarebbe sufficiente?
No, ci vorrebbero anche rapidi progressi sull’unione bancaria. È inaccettabile che le imprese in Germania ottengano credito, in Italia o Spagna no. E poi il riconoscimento dell’importanza di una politica industriale europea pro-competitività, compreso un nuovo equilibrio tra esigenze ambientalistiche e costi competitivi dell’energia.
Come si rilancia la crescita in Europa?
Nel medio-lungo periodo con consolidamento fiscale e riforme strutturali. Nel breve sono necessari i soldi del bilancio Ue per investire in infrastrutture, reti energetiche e di trasporto. E poi un nuovo accordo sul bilancio pluriennale Ue che non penalizzi, come l’attuale, le politiche per rafforzare la competitività, che significa crescita.
L’Italia è il paese Ue che cresce meno ed è anche quello che non taglia la spesa pubblica. Suggerimenti?
L’Italia ha un livello di tassazione altissimo, incompatibile con la crescita. Va tagliato a tutti i livelli. Meglio ridurre le tasse sul cuneo fiscale alzando Iva e Imu o non alzarle e restare così? Questo dibattito italiano è sbagliato. Va tagliato il cuneo senza aumentare Iva e Imu ma diminuendo la spesa pubblica. Il nostro è l’unico Paese che non riesce a tagliare una spesa pubblica da 800 miliardi. Invece vanno fatti tagli veri, da 20-30 miliardi: ci vorrà tempo ma si possono fare.
È la priorità assoluta?
Sì, insieme a riforme strutturali a tutto campo. Poi non si sente più parlare di privatizzazioni: valgono 500 miliardi. Vorrei un piano serio: sarebbe un modo intelligente per abbattere il debito e ridare fiato all’economia.
E se invece si finisse con una patrimoniale, viste anche le pressioni tedesche sulla presunta ricchezza degli italiani?
Sarebbe un grande errore, accelererebbe la fuga di capitali. E comunque se si aumentano le tasse senza tagliare la spesa pubblica, in pochi anni il nuovo gettito viene fagocitato dalla spesa che continua a crescere. Il che è contro la logica.

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