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Sull’Europa l’incognita energia

I molti conflitti che scuotono il mondo (dall’Ucraina al Medio Oriente, passando per l’intero Nordafrica), fino a pochi mesi fa impensabili per virulenza e diffusione, che impatto avranno sul nostro futuro energetico? A questa domanda, cruciale per le economie occidentali, proverà a dare una risposta il 14° «Italian Energy Summit», incontro ormai tradizionale nel panorama dei più autorevoli convegni energetici europei, che si apre oggi nella sede del Sole 24 Ore (si veda il programma nel colonnino qui a fianco).
Nel contesto che più interessa l’Europa, quello del conflitto russo-ucraino, tutto appare legato all’evoluzione che avrà l’andamento bellico sul campo: una tregua che riesca a consolidarsi nel tempo e apra le porte a una trattativa diretta tra le parti sul futuro assetto politico a Kiev potrebbe avviare una proficua de-escalation di sanzioni e contro-sanzioni economiche, allontanando la concreta possibilità di tagli nelle forniture di gas russo.
La guerra di fatto tra Kiev e Mosca ha infatti crudamente evidenziato la debolezza energetica dell’Europa, che l’anno scorso ha acquistato dalla Russia il 39% del gas e il 33% del petrolio globalmente importati. Per alcuni Paesi che fecero parte del Comecon e sono tuttora legati al sistema distributivo ex-sovietico, questa dipendenza sale fino al 100% per il gas e sfiora l’80% per il greggio.
Che il rischio sia altissimo, del resto, l’ha rivelato la stessa Commissione Ue il 28 maggio scorso, in piena crisi ucraina, mediante una «Comunicazione al Parlamento e al Consiglio europeo» dal titolo «European Energy Security Strategy», che ha evidenziato cifre drammatiche. Il dato più inquietante è che la Ue importa ormai il 53% di tutta l’energia che consuma: suddivisa tra le principali fonti, si va dal 42% del carbone al 66% del gas, all’88% del petrolio e al 95% dell’uranio. In termini valutari, ciò equivale a un esborso annuo globale di circa 400 miliardi di euro (oltre un miliardo al giorno), pari a oltre un quinto del valore complessivo delle importazioni europee. E il trend è destinato a salire. Al di là dell’enorme incidenza finanziaria, è la prospettiva di una repentina sospensione, sotto qualsiasi pretesto, delle forniture russe a costituire il rischio più grave. La possibilità di un arresto anche parziale di quanto transita normalmente dall’Ucraina (82,1 miliardi di metri cubi nel 2013), nell’immediato solleva dubbi angosciosi: la Ue sarebbe in grado di superare l’inverno che incombe senza quel gas russo? E come?
Una simulazione, effettuata dall’Agenzia internazionale per l’energia e recepita dalla citata «Comunicazione della Commissione Ue», ipotizza il ricorso a un mix di misure che prevedono di sfruttare al massimo delle loro potenzialità il gasdotto russo-tedesco Nord Stream (55 miliardi di metri cubi) – sempre che Mosca non lo chiuda, in tutto o in parte – e le importazioni dalla Norvegia (107,5 miliardi di metri cubi nel 2013, che potrebbero salire quest’anno a 115-120 miliardi). E poi di aumentare il ricorso al carbone (problematico per l’ambiente) e al Gas naturale liquefatto (Gnl), oltre a saturare le capacità di stoccaggio interno, le quali, la scorsa settimana, risultavano salite al 91,2% del totale. Ma tutto ciò non basta comunque: all’appello mancherebbero ancora 20 miliardi di metri cubi. E qui ci potrebbe aiutare un inverno mite e ventoso, perché l’altra ipotesi – l’arresto dell’attività di un terzo della chimica europea, il settore industriale a maggior consumo di gas – è inimmaginabile per le conseguenze economiche catastrofiche.
Altrettanto complesso il discorso riguardante il petrolio. Una buona notizia è che i venti di guerra, anche a causa alla domanda stagnante dovuta alla crisi economica in Occidente, finora non si sono tradotti in rialzi dei prezzi. Brent e Wti, i greggi di riferimento, sono anzi ai minimi dell’anno, rispettivamente sotto la soglia dei 100 e dei 90 dollari al barile. Ma diversi fattori rendono le prospettive problematiche. Prima di tutto il crollo della produzione libica, da un anno e mezzo caduta da 1,4 a 0,25 milioni di barili/giorno (mb/g), un quarto dei quali diretti in Italia. Poi quella sempre più scarsa dell’Iraq, che dai 3,5 mb/g dei primi mesi del 2014 avrebbe dovuto balzare a quasi 8 mb/g entro il 2020 e invece è crollata oggi a meno di 2 mb/g a causa degli attacchi dell’Isis ad alcuni dei principali giacimenti. Infine, i tagli più o meno ampi e continui alla produzione di Nigeria, Colombia e Yemen per problemi di conflitti localizzati o terrorismo.
Per ora ha supplito, come al solito, l’Arabia Saudita, che è tornata a produrre oltre 10 mb/g e ha oltre 2 mb/g di capacità residua pronti a essere gettati sul mercato. Il dilagare dei venti di guerra è però incalzante. Stiamo tornando ai tempi drammatici del conflitto Iran-Iraq, all’inizio degli anni 80, quando la produzione di greggio subì un crollo del 14% e i consumi dell’11%? Un contributo per rispondere a questa domanda è atteso proprio dall’«Italian Energy Summit».

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