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Sulle reti d’impresa i paletti dell’Antitrust

di Attilio Geroni

Appena nati e già sotto osservazione. I contratti di rete, strumento di aggregazione leggera tra Pmi, concepiti per accrescere la competitività e mettere a fattore comune alcune voci di costo e investimento, sono stati oggetto ieri di una comunicazione dell'Antitrust contro possibili tentazioni protezioniste. Non è la ratio dell'istituto ad essere messa in discussione, ma le modalità e le finalità con le quali potrebbe essere applicato. Da qui un inquadramento di principio e di metodo. Affinché il contratto sia compatibile con i principi e le leggi in materia di libera concorrenza, è necessario «che l'accordo – si legge nella comunicazione – risulti effettivamente inteso ad accrescere la capacità innovativa e la competitività delle imprese aderenti e non costituisca, invece, uno strumento finalizzato a costituire indebite posizioni di vantaggio, in violazione della normativa antitrust, ma anche della stessa ratio dell'istituto».

Al 2 maggio erano stati siglati 50 contratti di rete, un buon inizio per un dispositivo che aveva ricevuto il via libera della Commissione europea non più tardi della fine di gennaio. Voluto fortemente da Confindustria, è accompagnato da un meccanismo che permette la defiscalizzazione degli utili (fino a un massimo di 1 milione di euro) investiti nel fondo patrimoniale comune di cui una rete può dotarsi. Il documento dell'Antitrust non preoccupa Aldo Bonomi, vicepresidente di Confindustria e presidente di RetImpresa, nonché grande promotore di questa formula d'aggregazione: «Siamo assolutamente tranquilli. Il contratto di rete è stato creato affinché le nostre imprese possano ridurre alcuni costi ed essere più competitive. Certo questi rilievi potrebbero creare qualche incertezza, anche se dal punto di vista legale ci sentiamo inattaccabili. Abbiamo voluto questo contratto solo per favorire la crescita delle nostre Pmi».

L'intervento dell'Antitrust potrebbe dunque creare qualche apprensione tra quanti – e non sono pochi – stanno pensando di adottare questo modello e si vedono già recapitare un monito. Anche perché, viene sottolineato nel documento, «la ridotta dimensione delle imprese aderenti alle reti non costituisce una presunzione di conformità alla legge antitrust». In Confindustria si spera comunque che entro la fine dell'anno si potranno contare circa 200 contratti di rete, che rappresentano anche, come ha sempre sostenuto Bonomi, un cambiamento culturale importante per superare localismi e divisioni e dove le imprese si alleano per perseguire obiettivi comuni senza rinunciare alle rispettive sovranità.

Un'indagine qualitativa promossa di recente dal ministero dello Sviluppo Economico tra 21 imprese firmatarie (si veda Il Sole del 18 aprile) mostra che l'agevolazione fiscale non è la ragione più importante ad aver spinto le imprese in rete: minori costi di acquisto, accesso più facile al credito, vantaggi industriali, maggior facilità nella promozione dei prodotti all'estero sono alcune delle determinanti chiave della scelta.

 

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