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Sulle quote libiche l’ultima battaglia di Rampl

di Sergio Bocconi

Dieter Rampl lo ha detto e ripetuto più volte nei giorni scorsi: Unicredit non riesce a mettersi in contatto con Farhat Omar Bengdara, vicepresidente di Piazza Cordusio, governatore della Central Bank of Libya e consigliere del fondo sovrano Libyan investment authority , soci dell’istituto milanese con, rispettivamente, il 4,98%e 2,59%. La situazione del Paese nordafricano e di tutta l’area autorizza qualunque ipotesi. E non solo sulle vicende personali di Bengdara, componente fra i più in vista dell’ élite di Tripoli. Ma anche in relazione alla quota libica di Unicredit che complessivamente raggiunge il 7,5%e che, se considerata appunto di proprietà di un soggetto unico (del resto i legami fra i due soci sono evidenti anche solo nella persona di Bengdara), identifica il primo azionista, ben più «pesante» della Fondazione Cariverona (4,63%) o dell’ente Cassa risparmio di Torino (3,31%). Timori torinesi Banca e soci seguono, come possono, la situazione: «Che è difficile» , ha detto l’amministratore delegato Federico Ghizzoni, aggiungendo però che «non ci sono preoccupazioni per la banca» . Andrea Comba, presidente di Crt, è stato meno prudente, o forse meno diplomatico: «Aspettiamo, ma qualche rischio per la partecipazione c’è» . Solo che si è ben lontani da sapere di che tipo di rischio si tratti: al momento si può solo stare alla finestra e aspettare qualche segnale. Dalla Banca di Roma L’incertezza è totale. Il solo punto fermo (almeno per quanto si sa) è che le due partecipazioni sono rimaste per il momento ferme. Probabilmente ora rappresentano l’ultimo dei problemi anche per Bengdara. Ma il destino della quota più importante di Unicredit, che oggi vale circa 2,6-2,7 miliardi, è diventato improvvisamente indeterminato. «Scalatori» o no, graditi o meno, azionisti «con preavviso» o senza, i libici si sono sempre comportati da investitori finanziari di periodo medio lungo (la prima partecipazione di Tripoli risale ancora alla Banca di Roma, poi Capitalia, confluita in Piazza Cordusio), non certo da attori di blitz mordi e fuggi. Attualmente però è impossibile fare affidamento sui comportamenti del passato, prossimo o lontano, perché non è possibile sapere se da qui a qualche giorno o settimana i titolari ultimi di quelle partecipazioni libiche saranno gli stessi che oggi figurano sul libro soci di Piazza Cordusio. E guardando anche solo un poco più in là, qualsiasi ipotesi relativa a conservazione o vendita delle azioni è assimilabile a una scommessa. Ed è forse proprio per le incertezze legate a questa partecipazione, che la scorsa estate Rampl si è battuto contro una possibile crescita libica. Tema che ha probabilmente contribuito a dividere le strade di Alessandro Profumo e di Unicredit. Per il momento il mercato non sembra avvalorare alcun scenario: da quando la situazione a Tripoli è precipitata, più o meno una settimana, le quotazioni del titolo Unicredit non sembrano averne risentito in modo particolare, viaggiano sempre i n t o r n o a quota 1,87-1,88 euro. Le Fondazioni, che con i balzi in avanti degli investitori libici (passati in meno di due anni dal 2 al 7,5%), hanno rafforzato la consapevolezza della scalabilità di Unicredit, guardano con preoccupazione alla situazione, ma per il momento restano ferme. Auspicando che, qualunque cosa accada e al di là delle valutazioni «umane» sulla situazione libica, non possa accadere che la cassaforte libica si apra improvvisamente riversando sul mercato tutti i titoli, eventualità che avrebbe in modo inevitabile ricadute pesanti sul prezzo. Diritti di voto Altro tema all’attenzione di banca e soci è poi quello dell’esercizio del voto. Rampl, nei giorni scorsi, quando ha reso noto la non rintracciabilità di Bengdara, ha anche sottolineato che sul punto le posizioni della banca e dei libici sono vicine. Ma che il negoziato, data la situazione, non ha potuto ancora esprimere un esito definitivo. Il presidente di Unicredit ha voluto fare la puntualizzazione sul voto dei libici, senza ulteriori precisazioni, perché nei giorni precedenti si erano diffuse voci relative proprio a questo tema. Appare comunque che la strada individuata sia quella di considerare la quota libica come unitaria con il conseguente «congelamento» del diritto di voto sulle azioni sopra il 5%, tetto al possesso previsto dallo statuto della banca fin dalla privatizzazione. Alcuni pareri legali richiesti avrebbero anche ritenuto illegittimo il tetto al possesso, risolvendo quindi automaticamente la situazione specifica in senso contrario, ma alla fine sembra aver prevalso l’ipotesi «limitativa» prima indicata. Chiarezza Consapevole che, considerata la situazione, sul punto possa però anche non essere sottos c r i t t o per tempo un accordo e che quindi anche sul voto tutto resti indefinito, Rampl ha voluto precisare che in assemblea sarà comunque la banca, e quindi il presidente, a decidere. Ha infatti i pieni poteri per regolare i lavori come prevedono codice civile e regolamento della banca. In ogni caso c’è ancora tempo prima dell’assise sul bilancio. Va poi detto che finora la Central bank of Libya, «emersa» sopra il 2%a fine agosto 2008, ha finora partecipato alle assemblee votando (almeno così si stima) in sintonia con la maggioranza. Per quanto riguarda il fondo sovrano, che ha superato la soglia della visibilità a fine agosto 2010, non si può dire se sia o meno interessato a prendere parte alle assemblee. Ciò comunque non attenua l’importanza della decisione sul diritto di voto. Che potrebbe anzi acquistare maggiore rilevanza proprio in considerazione dell’incertezza sul destino di quote e azionisti libici.

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