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Sulle pensioni l’incognita-crescita

Sarà, come ha affermato ieri il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua, che il sistema è in piena sicurezza e le pensioni saranno sempre e regolarmente pagate. L’importo dell’assegno, però, a prescindere da ulteriori interventi normativi, potrà oscillare in modo sensibile in relazione all’andamento del prodotto interno lordo dell’Italia.
Il metodo contributivo, infatti, ha sicuramente favorito, non garantito, la stabilità del sistema pensionistico italiano. Ha ridotto significativamente la copertura offerta. Ha introdotto dei meccanismi che incentivano il pensionamento ad età avanzate, ma ha anche collegato le prestazioni garantite all’evoluzione dell’economia italiana e in particolare all’evoluzione del Pil. Il contesto economico, particolarmente negativo dell’ultimo periodo, ha generato il resto, penalizzando in maniera decisa la copertura offerta dall’Inps.
Basti pensare infatti che, dopo la riforma del Governo Amato nel 1992, il metodo di calcolo retributivo veniva applicato su tutta la vita lavorativa del dipendente rivalutando le retribuzioni percepite negli anni antecedenti quello del pensionamento sulla base dell’incremento del costo della vita più un punto percentuale fisso all’anno. Valori ben distanti dalle rivalutazioni che negli ultimi anni sono state riconosciute ai montanti contributivi e che nei prossimi anni addirittura rischiano di assumere valori negativi.
L’effetto del Pil sulle prestazioni future è confermato dalle proiezioni. Un incremento del prodotto interno lordo costante di un punto percentuale può generare, a parità di ulteriori condizioni, un tasso di sostituzione lordo finale (il rapporto cioè tra la prima rata di pensione maturata e l’ultima retribuzione annua percepita) più elevato di oltre cinque punti percentuali. Il risultato dipende dalle caratteristiche del lavoratore. Ma più il calcolo è effettuato sulla base del metodo contributivo, più l’impatto risulta essere consistente.
A titolo puramente indicativo infatti consideriamo due tipologie di lavoratori dipendenti in possesso al 31 dicembre 2012 di tre età diverse: 40, 50 e 60 anni (si veda esempio riportato a fianco). Tutti iscritti all’Inps per la prima volta al compimento dei 25 anni di età con una retribuzione annua lorda in termini reali (in valore di oggi quindi) pari a 15.000 euro. Il quarantenne ha iniziato lavorare dopo il 31 dicembre 1995 e riceverà una prestazione determinata sulla base del metodo contributivo. Il cinquantenne, in possesso di meno di 18 anni di contribuzione al 31 dicembre 1995, potrà contare sul metodo misto secondo quanto stabilito dalla Riforma Dini. Il sessantenne invece, in possesso di 18 anni di contribuzione al 31 dicembre 1995, si vedrà applicare il metodo retributivo, quindi quello misto secondo quanto stabilito dalla riforma Fornero.
I lavoratori percorrono diverse carriere. Una, rappresentativa di un dipendente di livello medio impiegatizio con una retribuzione finale pari a, sempre in termini reali, 30.000 euro. L’altra, indicativa di una carriera dirigenziale caratterizzata da una retribuzione percepita nell’anno immediatamente precedente il pensionamento pari a 120.000 euro. L’evoluzione retributiva si è ipotizzata avvenuta in maniera costante nel corso di tutta la carriera lavorativa (con il medesimo incremento annuo quindi). Il pensionamento è stato assunto a 68 anni (o a 70) a seconda della situazione individuale. La prestazione finale di tutti i dipendenti risulta essere ben diversa, in particolare per i più giovani, al variare dell’incremento annuo del Pil ipotizzato.
In tale ottica le proiezioni sono state effettuate secondo due diverse opzioni: 0,5 e 2,0 per cento in termini reali (al netto quindi dell’equivalente incremento del costo della vita). Gli effetti delle due ipotesi sono particolarmente evidenti per l’impiegato più giovane, il cui tasso di sostituzione oscillerà addirittura di venti punti percentuali, mentre per i più anziani la differenza sarà di un solo punto percentuale. Situazione analoga per un giovane artigiano, il cui tasso di sostituzione cambia di quasi quindici punti percentuali.
In teoria le proiezioni potrebbero anche essere effettuate utilizzando, in linea con l’attuale contesto economico, un andamento del Pil negativo o pari a zero. Solo in teoria però. È difficile infatti ipotizzare che l’attuale struttura del nostro sistema pensionistico, basato sul metodo della ripartizione, possa essere mantenuta inalterata in un contesto nell’ambito del quale il paese non sia in grado di garantire nel lungo termine una crescita reale dell’economia.

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