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Sulle Borse pesano i timori del «default» Usa

Da un’impasse all’altra. Dalla sventata crisi di Governo in Italia allo stallo nel Congresso Usa sul tetto del debito federale. I mercati, insomma, non conoscono tregua. Ieri, per l’appunto, è stato lo «shutdown» a schiacciare le Borse. Soprattutto, in avvio, Wall Street che ha spinto all’ingiù un po’ tutti i mercati europei. Listini del Vecchio continente i quali, con l’eccezione di Londra (+0,18%) hanno chiuso la seduta in rosso: da Francoforte (-0,37%) a Milano (-0,44%) fino a Parigi (-0,73%).
Il «la» alla danza ribassista, come detto, è arrivato soprattutto dagli Stati Uniti. In particolare, la pubblicazione di un report del Tesoro statunitense ha spinto le vendite. Il department of the Treasury ha sottolineato che l’eventuale default degli Usa «gelerebbe il mercato del credito», farebbe «crollare il valore del dollaro» e potrebbe riportare ad una «crisi finanziaria simile a quella del 2008». Tanto è bastato a spingere i «sell» e impedire il classico meccanismo a «contrarian».
Poco dopo il report del Tesoro infatti, al di là delle richieste dei sussidi di disoccupazione migliori delle attese, è stato pubblicato il dato sull’Ism dei servizi statunitense. L’indice, in settembre, è calato a quota 54,4. Cioè, un valore sopra il livello di 50 (che divide la fase espansiva da quella in contrazione) ma comunque peggiore del consensus di mercato.
Ebbene, di norma un numero negativo (che allontana la stretta monetaria della Fed) avrebbe spinto agli acquisti. Così, invece non è stato. Indizio evidente che, al di là del possibile accordo al Congresso dietro l’angolo, il default Usa inizia a fare davvero paura.
Se questo il refrain americano, quali però le dinamiche in Europa? Sul fronte del reddito fisso i movimenti non sono stati eclatanti. Lo spread BTp-Bund è leggermente salito a 258 punti base (erano 256 due sedute fa). Il rendimento del buono decennale italiano è rimasto di fatto invariato (4,37%) mentre quello del titolo di Stato di Berlino è leggermente diminuito (da 1,8 a 1,79%). Analogo lo scenario in quel di Madrid. Qui, a ben vedere, c’era attesa per le aste di bond governativi. Il collocamento è andato bene. Il tesoro iberico ha venduto 3,5 miliardi di titoli a 10 e 5 anni. In entrambi i casi il rendimento è sceso: rispetto al decennale il saggio si è assestato al 4,269% (il minimo da settembre 2010); sulla scadenza al 2018 il tasso è diminuito al 3,128%. In un simile contesto, però, lo spread tra Bonos e Bund ha chiuso a 244 basis point, di fatto invariato.
Già, invariato. Uno «status» che non può estendersi al valutario. L’euro, sulla scia soprattutto dei timori per il default Usa, è cresciuto ancora verso il dollaro: la moneta unica, in serata, viaggiava intorno a 1,3624. Cioè, sui massimi da inizio di febbraio scorso. Il balzo, a ben vedere, è stato aiutato dai dati macro pubblicati in mattinata su Eurolandia. La seconda lettura del Pmi di settembre è migliorata a 52,2, sui massimi da giugno 2011. Le stesse vendite al dettaglio, poi, sono salite più del previsto. Così, non stupisce il flusso di denari verso l’eurozona. Quel flusso di acquisti che, a Piazza Affari, ha coinvolto le Mid cap. Le medie capitalizazioni infatti, a fronte del calo delle blue chip, sono salite dello 0,68%.

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