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Sulle banche Usa il peso di derivati e mutui

di Mario Platero

Anche le banche americane sono coi piedi d'argilla. E' l'esposizione al contagio europeo, si dice in America, dove la tendenza generalizzata, anche politica, è di buttare le colpe al di là dell'Atlantico. Lo stesso Ben Bernanke durante l'audizione dell'altro giorno in Congresso, ha detto «noi siamo soltanto delle vittime passive di quel che sta capitando in Europa».

E difatti, quando dall'Europa è giunta martedì la notizia che le autorità avevano trovato una soluzione per sostenere e garantire le banche europee, i titoli bancari americani sono partiti in rally per primi: su tutti, Morgan Stanley ha avuto il premio volatilità, venerdì scorso aveva perso oltre il 10%, martedì ha recuperato il 12%, uno sbalzo del 22% in tre sedute. Venerdì, le indiscrezioni che avevano messo in ginocchio la banca erano state diffuse da un blog (strumento ormai dominante in un mercato nervoso) che «rivelava» i numeri «veri» sul rischio europeo dell'istituzione: aveva una esposizione netta sulle banche francesi di 39 miliardi di dollari! 12 miliardi al di sopra del suo capitale. Per questo i Cds sono andati alle stelle aumentando la paura generalizzata. Gli analisti di Sanford C. Bernstei hanno poi stimato l'esposizione netta europea in 2 miliardi.

In realtà il problema per le banche americane non è solo europeo. Anzi, il problema è soprattutto americano. Poggia su difficoltà della crescita, le aziende hanno tirato i remi in barca sia dal punto di vista dell'investment banking (emissioni, fusioni etc. ) che dal punto di vista commerciale. Su operazioni speculative in derivati andate male dopo le cadute del mercato degli ultimi due mesi. E sul trading, dove JP Morgan Chase ha anticipato una caduta del fatturato del 30% nel terzo trimestre. C'è la costante fragilità del settore immobiliare e infine le molteplici cause intentate sia dalle autorità di controllo che da privati. E' di ieri la notizia che il Dipartimento della Giustizia e il Procuratore Generale di New York hanno fatto causa a Bank of NY Mellon per 2 miliardi di dollari per «truffe cambi» dei loro clienti. Complessivamente vi sono richieste di danni per il settore superiori ai 200 miliardi di dollari.

Per questo, per capire che cosa è davvero successo alle banche Usa, c'è un'attenzione spasmodica ai risultati in arrivo da qui alle prossime due settimane. Le stime per il terzo trimestre prevedono un aumento dei profitti del 3,9% contro il 14,6% di aumenti che ci si aspettava appena due mesi fa. Ma sono aggregati che includono anche le banche regionali. Se guardiamo alle grandi i risultati sono ancora più preoccupanti. Goldman Sachs dovrebbe riportare secondo le analisi di Thomson utili di 77 centesimi ad azione contro i 2,98 dollari stimati in agosto. E proprio ieri indiscrezioni raccolte da il Sole 24 Ore anticipano che potrebbe esserci anche una perdita. Sarebbe la prima dal 2008, nel post Lehman. Per J.P Morgan Chase, che pure è una delle banche più solide, i profitti potrebbero scendere del 22% rispetto alle stime di agosto. Per Bank of America si è passati dai 27 cents stimati in agosto ai 19 cents. Per non parlare dei titoli: BofA è al ribasso del 63% rispetto ai massimi delle ultime 52 settimane, Morgan Stanley è giù del 54%, Goldman del 46%, Citi del 53%, Wells Fargo del 30% e JP Morgan di circa il 37%. Ci sono cure dimagranti in corso e licenziamenti in arrivo. Si salvano i bonus: gli stanziamenti per premiare il top management ammontano a 65,9 miliardi di dollari, l'8% in più dell'anno scorso. Da solo questo dato tiene viva la protesta popolare a Wall Street.

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