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Sulle banche pesa il rischio Italia Hanno perso il 20% in un mese e mezzo

L’ennesima seduta in rosso per le banche italiane testimonia il gorgo in cui si va infilando il settore, che malgrado fondamentali migliorati patisce l’incertezza politica e il rinato rischio paese. Ieri, con l’indice di Piazza Affari che segnava + 0,65% Ubi ha perso un 2,2%, Unicredit l’ 1,8%, Banco Bpm l’ 1,8%, Intesa Sanpaolo l’ 1,5%, Carige l’ 1,27% dopo l’addio critico del presidente Giuseppe Tesauro, Mps l’1,9%.
Dall’11 maggio, alba del governo Conte, l’indice Ftse Italia finanza ha lasciato un quinto del valore, da confrontare col – 11% dello Stoxx banche Europa. Il rischio è che gli investitori si tengano le mani in tasca fino all’autunno, per vedere se si sciolgono alcuni nodi vicini al pettine. L’agenda è varia: entro il 6 settembre rinnovare le garanzie statali per chi cede sofferenze (chiave per altre pulizie bancarie); a fine ottobre l’esito degli stress test in corso nei maggiori istituti, e loro effetti patrimoniali; la scadenza delle due “ falche” a capo della vigilanza europea Danièle Nouy e Sabine Lautenschlager; il dialogo tra Parlamento e Consiglio Ue sul pacchetto per ridurre di nuovo i rischi bancari, su cui l’Italia s’è già astenuta perché non vede tracce della loro condivisione; su tutto, il passo rigoroso o prodigo del governo sul Def, sul dossier Mps e su altri di finanza pubblica. «Si rischia di entrare in un suq, dove si scambiano favori e veti ma i dossier si svuotano di senso tecnico – teme un operativo nelle retrovie-. Quanto a lungo l’Italia potrà tergiversare?».
Per poco. La scadenza più vicina riguarda le Gacs. Proprio oggi il Tesoro dovrebbe firmare il rilascio di garanzie pubbliche che consentono di chiudere la cessione di 24,1 miliardi di euro di crediti in mora ceduti da Mps a Quaestio Sgr e altri. Peraltro il rinnovo delle norme sulle Gacs di sei mesi è fase in avanzata negoziazione a Bruxelles: salvo sorprese filerà liscio e consentirà fino a marzo 2019 altre dismissioni stimate in circa 50 miliardi.
Non pochi, pensando che dal picco 2015 ai bilanci 2017 il monte crediti deteriorati lordi è sceso di 76 miliardi (- 21%). Un dato che fa chiedere a Lando Sileoni, che guida il sindacato Fabi, il blocco della « proposta franco- tedesca di una nuova stretta sugli Npl, che favorisce gli speculatori e danneggia le banche e i loro lavoratori che hanno già contribuito al risanamento ». I banchieri italiani, tuttavia, paiono avviati sulla strada di nuove cessioni di crediti, condizione necessaria ma non sufficiente per un nuovo giro di fusioni. Se n’è parlato ieri alla 4° Ceo conference Mediobanca, davanti a 63 investitori esteri e un centinaio di ad nostrani. «Il consolidamento dell’Unione bancaria resta una priorità benché non stia trovando un piano livellato di regole e leggi», ha detto l’ad di Mediobanca Alberto Nagel. I colleghi di Banco Bpm, Bper, Carige, Intesa, Ifis, Mps, Ubi, Unicredit hanno più o meno convenuto che il clima è propizio per proseguire il derisking: i prezzi restano alti (anche un terzo del nominale), la domanda c’è e la cornice aiuta a preparare il consolidamento, che avrà per perno la riprivatizzazione di Mps.
Nagel ha pure fornito spunti per l’agenda del governo: « Disciplina nella finanza pubblica; riforma della Pa con meno costi e più efficienza; supporto fiscale per l’impresa che investe in R& S; sostegno alla pulizia dei bilanci bancari e riforma della legge fallimentare e dei pignoramenti; agevolazioni alle fusioni tra municipalizzate locali per ridurre i costi di luce, gas, acqua».
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