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Sulle banche l’ombra dei debiti dei colossi delle materie prime

I debiti contratti nel settore delle materie prime rischiano di rivelarsi una bomba a orologeria. L’allarme più forte riguarda Glencore, che nonostante il recupero in borsa non è ancora riuscita a recuperare del tutto la fiducia di analisti e investitori: le banche, avverte ora Bank of America Corp in un report intitolato «Un gorilla da 100 miliardi nella stanza», potrebbero avere un’esposizione complessiva di oltre 100 miliardi di dollari nei confronti del gruppo, dunque più che tripla rispetto ai 30 miliardi di indebitamento netto iscritti a bilancio, che il management si è impegnato a ridurre di un terzo. L’aspetto meno visibile, ma potenzialmente esplosivo, del problema sarebbero le linee di credito e gli accordi di finanziamento inerenti alle attività di trading di Glencore, debiti che in un numero «significativo» di casi sono privi di garanzie.
Il «gorilla» che turba le banche
Le banche, suggeriscono gli analisti di BofA, potrebbero essere costrette a maggiori obblighi di riserva in seguito agli stress test negli Usa e in Gran Bretagna (dove la Fca ha già anticipato di voler focalizzare l’attenzione sull’esposizione alle commodities). L’elevato numero di istituti con cui Glencore lavora dovrebbe frammentare il rischio: secondo Sanford C. Bernstein la banca più esposta è Crédit Agricole, con 841 milioni di $ di esposizione, seguita da Hsbc Holdings con 658 milioni. Per alcune banche potrebbero tuttavia esserci situazioni molto complicate da gestire.
Glencore in passato ha anticipato grandi somme di denaro preso a prestito a produttori di materie prime che l’avrebbero ripagata in natura. Ma queste operazioni sono state compromesse dall’imprevisto crollo delle commodities. Il Wall Street Journal ha scritto che parecchi istituti, tra cui Crédit Agricole, Deutsche Bank, Ing Groep, Natixis e Société Générale, sarebbero coinvolti in un’operazione del genere, del valore di 1,4 miliardi di dollari, che Glencore aveva realizzato con il Governo del Chad nel 2014, quando il petrolio scambiava ancora a 100 $al barile.
Shale oil alla stretta creditizia
Anche i debiti dei produttori americani di shale oil sono tornati sotto la lente in questi giorni, per l’appuntamento semestrale con la revisione delle linee di credito garantite da riserve di petrolio e gas. Le banche hanno iniziato a stringere i cordoni della borsa: Oasis Petroleum, ad esempio, ha comunicato martedì di aver subìto un taglio del 10% delle disponibilità (a 1,52 miliardi di $). Una sorte analoga è toccata ad Halcon Resources e GoodrichPetroleum, mentre altri frackers hanno evitato riduzioni e qualcuno ha addirittura strappato un aumento dei fondi.
Finora comunque non sono più di una dozzina le società che hanno rivelato l’esito delle trattative con le banche e Moody’s non è ottimista:?le riserve – che hanno smesso di crescere per il calo degli investimenti, che ha rallentato le esplorazioni – saranno svalutate del 15-25% secondo la società di rating e le linee di credito subiranno in media una riduzione del 15%, con punte fino al 40 per cento.
Una criticità di cui le banche non possono non tenere conto è anche il venir meno del paracadute dell’hedging:?nel 2016, stima IHS Energy in un’analisi appena pubblicata, solo l’11% della produzione attesa in Nord America è stata venduta in aticipo a prezzo bloccato (in media 69,04 $/bbl). Il resto sarà esposto alle fluttuazioni del mercato, con tutti i rischi che ne conseguono.
Il dubbio sugli impatti
Un’altra autorevole società di ricerca, Wood Mackenzie, invita tuttavia a non trarre conclusioni affrettate:?l’impatto sull’offerta petrolifera potrebbe essere minimo. «Almeno due terzi della produzione dei Lower 48 (gli Usa senza l’Alaska, Ndr) è attribuibile a società che non hanno linee di credito garantite da riserve o che non subiranno revisioni fino al 2016», osserva Fraser McKay», direttore della ricerca Corporate. Quanto ai 17 piccoli produttori con rating “spazzatura” analizzati da Wood Mackenzie, «quasi tutti hanno una liquidità sufficiente per assorbire la riduzione delle linee di credito», anche se nei prossimo 12 mesi un terzo di questi dovranno «aggiustare i livelli di attività, rivedere la struttura del capitale o cedere asset».
Se poi le banche dovessero tirarsi indietro, c’è chi si dichiara pronto a farne le veci. AllianceBernstein ha annunciato ieri una partnership con HudsonField, società creata da Ben Freeman, ex capo del desk petrolio di Goldman Sachs. Con una dotazione iniziale di 2 miliardi di dollari, si propone di finanziare i produttori di shale oil più “meritevoli”.

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