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Sull’assegno al figlio niente «sconti» dalla Cassazione

Mano sempre pesante in Cassazione per il genitore che non ottempera agli obblighi nei confronti del figlio, dopo la separazione. Non versare l’assegno al figlio minorenne può costare infatti una condanna per violazione degli obblighi di assistenza familiare. Un reato che scatta quando si fanno mancare a prole minore, o maggiorenne ma inabile al lavoro i mezzi di sussistenza, tra i quali vanno ricompresi non solo vitto e alloggio, ma anche fitti o spese di utenza.
A sancire la responsabilità penale del soggetto tenuto al mensile, non sarà necessaria la prova dello stato di bisogno dei figli minori, la cui sussistenza è sempre presunta (Cass. 49543/14). La minore età dei destinatari dei mezzi di sussistenza, rappresenta, infatti, una condizione che, di per sé, obbliga i genitori a contribuire al loro mantenimento. Motivo per cui lo stato di bisogno del minore e il dovere di partecipare, economicamente, alla sua crescita, permarranno anche nell’ipotesi in cui a provvedervi, in via sussidiaria, sia l’altro genitore (Cass. 53607/14) con i suoi proventi di lavoro o con l’ausilio di congiunti (Cass. 27989/14) terzi, o enti pubblici di assistenza (Cass. 46060/14).
Va anche chiarito come il dovere di contribuire alle esigenze della prole, sorga in capo al genitore fin dal giorno della nascita del figlio, se avvenuta fuori dal matrimonio, e non dall’accertamento giudiziale della paternità, sempre che si provi che fosse consapevole di esserne il papà (Cass. 51215/14). Il dovere di assistenza, infatti, non è collegato al riconoscimento giuridico della prole e resta fermo anche se a ostacolarlo è l’altro genitore.

La crisi va provata
Una volta stabilito dal giudice l’importo da versare, per il genitore che non ottempera sarà molto difficile liberarsi dalle conseguenze penali legate all’omissione. Che – è ormai dato certo – risponderà del reato anche ove versi in serie difficoltà economiche: ai fini assolutori potrà rilevare soltanto l’impossibilità assoluta, persistente, oggettiva e incolpevole di far fronte ai propri doveri. Sarà allora da confermare la responsabilità dell’imputato che, pur ricavando introiti modesti nel periodo oggetto di contestazione, sia riuscito a costituire un altro nucleo familiare, pagando la pigione dell’alloggio dove aveva vissuto (Cass. 6682/14). Va precisato, però, che spetta sempre all’interessato portare in giudizio elementi da cui possa desumersi tale sua condizione, non potendosene escludere la colpevolezza, tra le altre ipotesi, in base alla sola documentazione attestante, seppur in maniera formale, lo stato di disoccupazione (Cass. 36636/14). Parimenti, non è sufficiente, a liberarsi dagli obblighi di assistenza familiare, la circostanza di godere del gratuito patrocinio. Il beneficio (annota Cass. 31124/14) è previsto anche per chi disponga di un reddito non meramente simbolico, seppur contenuto.

Regalie solo come extra
Un altro aspetto di notevole importanza e frequente fonte di liti processuali, è quello delle modalità concrete di adempimento degli obblighi di contribuzione. Accade spesso, nelle aule giudiziarie, di assistere a vicende nelle quali ciò che si contesta al genitore tenuto a soddisfare i bisogni del figlio è aver arbitrariamente sostituito la somma di denaro – calcolata dal giudice civile, come contributo per il mantenimento della prole minorenne – con oggetti, beni, regali (abbigliamento, computer, cellulari) che, ad avviso dell’imputato, meglio rispondono alle esigenze del figlio. Niente di più errato: le regalie, ovviamente consentite, non possono ritenersi mezzi alternativi a quelli di sussistenza (Cass. 17691/14), intesi sia come mezzi di sopravvivenza minima vitale (vitto e alloggio), sia come strumenti che permettano, in rapporto alle reali capacità economiche e allo stile di vita dell’obbligato, il soddisfacimento di altre complementari esigenze della vita quotidiana del minore (libri di istruzione, mezzi di trasporto).

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