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Sull’art. 18 allineamento con l’Ue

di Nicoletta Picchio

L'indicazione che ha fatto scalpore è stata la lettera della Bce, inviata al governo italiano il 5 agosto dell'anno scorso, dove c'era scritto esplicitamente: serve un'accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti. Ma prima ancora, sia a giugno che a luglio dell'anno scorso, in due raccomandazioni del Consiglio europeo, che hanno avuto meno risalto mediatico, la Ue aveva sollecitato l'Italia ad intervenire sul mercato del lavoro, in particolare sulla disciplina dei licenziamenti, giudicata troppo rigida.
Che in Italia ci fossero troppe rigidità non è stata solo la Ue a dircelo: anche l'Ocse e il Fondo monetario hanno messo più volte in evidenza questa anomalia italiana, mentre nelle classifiche internazionali le difficoltà a licenziare e la scarsa flessibilità del mercato del lavoro sono state indicate come uno dei motivi per cui gli investitori internazionali non scelgono il nostro Paese. Prova ne è l'accoglienza positiva data anche ieri dall'Ocse della riforma, che è stata definita dal segretario generale Angel Gurria, «decisiva» (vedi articolo a pagina 3).
Nel testo delle raccomandazioni del Consiglio europeo sul Piano nazionale di riforma (Pnr) 2011, di giugno, c'è proprio messo nero su bianco che le «alte protezioni contro i licenziamenti, oltre all' applicazione molto restrittiva dei licenziamenti collettivi e di quelli per motivi economici, scoraggia l'assunzione di lavoratori permanenti e aumenta il ricorso ai contratti flessibili, inclusi i parasubordinati».
Bisogna quindi, secondo la Ue, prendere misure per combattere la segmentazione del mercato del lavoro, «rivedendo la legislazione sulla protezione del lavoro e riformando anche il sistema delle tutele di disoccupazione». Concetti ribaditi in queste settimane in una Commission note che mette all'indice la «segmentazione del mercato del lavoro» come responsabile di «inefficienza e inequità» del mercato del lavoro e indica la strada di un «maggiore equilibrio tra flessibilità e protezione» dando più garanzie a chi oggi a contratti precari e allegerendo i vincoli sul tempo indeterminato. Esattamente in linea con quello che punta a fare il Governo Monti, anche se in questo caso si scommette soprattutto sull'indennizzo monetario preventivo, in misura crescente con gli anni di lavoro, in modo da rendere marginale il ricorso al giudice.
Il Consiglio europeo ha ripetuto nella raccomandazione del 12 luglio dell'anno scorso: combattere il dualismo del mercato del lavoro «anche rivedendo aspetti specifici della legislazione a tutela dell'occupazione, comprese le norme e le procedure che disciplinano i licenziamenti». Con la premessa che «i lavoratori con contratto di lavoro a tempo indeterminato godono di una tutela maggiore rispetto a quelli con i contratti atipici».
Su questi argomenti insiste anche la Commissione Europea, nel rapporto sull'Italia preparato per l'Eurogruppo del novembre 2011, dopo che il governo Berlusconi aveva inviato la lettera, il 26 ottobre, con gli impegni del governo sul mercato del lavoro, in cui si parlava di una revisione delle norme sui licenziamenti per motivi economici. «L'efficienza del mercato del lavoro – è scritto – può essere raggiunta rivedendo le rigidità attuali sulla protezione del lavoro. In particolare vanno armonizzate le regole sui licenziamenti, semplificando le procedure».
È in questa direzione che si è mosso il governo Monti. E se si guardano le regole europee, con la riforma l'Italia si è uniformata al resto d'Europa. Il reintegro previsto dall'articolo 18 è possibile in Francia solo per i licenziamenti discriminatori; in Germania è consentito come opzione ma raramento applicato dai giudici; nel Regno Unito il datore di lavoro non è obbligato a reintegrare il lavoratore: se il giudice lo impone e l'azienda si rifiuta il giudice può applicare una maggiorazione dell'indennità.

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