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Sull’Ape per crisi aziendali decideranno le parti

Il rimborso dell’Ape attivata per i casi di crisi o ristrutturazioni aziendali sarà a carico dei datori di lavoro. Ma le forme e la portata di questo finanziamento-ponte sarà definito in sede di accordi sindacali e non per legge. È questo il nuovo punto fermo maturato nei confronti tecnici degli ultimi giorni, confronti destinati a proseguire per un’altra settimana visto il rinvio a martedì 27 settembre del tavolo ministeriale in cui verranno tirate le fila del lavoro fatto sul capitolo previdenza che entrerà nella prossima legge di Bilancio.
Molto probabilmente per rimborsare l’Ape in versione aziendale si utilizzerà lo 0,30% finora pagato dalle imprese per l’indennità di mobilità e che vale in complesso 600 milioni l’anno (questo ammortizzatore dal 2017 non ci sarà più). I tecnici del Governo hanno elaborato diverse ipotesi che sono ancora oggetto di valutazioni: si pensa all’utilizzo di una parte delle risorse (si parla di un terzo) per aumentare l’occupabilità di questi ex lavoratori, magari estendendo i piani formativi anche ai cassintegrati. Ma si parla anche dell’utilizzo di una quota (un altro terzo) per costituire un fondo al quale le aziende potrebbero attingere per pagare appunto l’anticipo pensionistico in caso di un suo utilizzo per avviare alla pensione i lavoratori in esubero che rientrino negli stessi requisiti anagrafici e contributivi previsti per l’Ape volontaria o sociale (almeno 20 anni di versamenti e 63 anni di età dal 2017). Sempre in questa ipotesi uno 0,10% (circa 200 milioni) verrebbe infine lasciato alle imprese come forma di riduzione del cuneo fiscale contributivo. Ma si parla anche di un’ulteriore alternativa: l’azienda anziché finanziare direttamente il rimborso potrebbe girare la sua quota sul capitale che il lavoratore ha cumulato nel suo fondo pensione complementare, rafforzando in questo modo lo “zainetto finanziario” cui lo stesso lavoratore può far ricorso per coprire l’anticipo con la rendita integrativa anticipata temporanea (Rita) beneficiando di una fiscalità di vantaggio.
Lo spostamento di una settimana della data del tavolo finale sulle pensioni, che a questo punto si terrà dopo la pubblicazione della Nota di aggiornamento al Def, servirà anche per definire le platee finali di accesso alla cosiddetta Ape social, ovvero l’anticipo a costo zero (perché abbattuto da una detrazione fiscale totale) per i soggetti più meritevoli: disoccupati con ammortizzatore sociale scaduto o con carichi familiari o, ancora, operai edili, macchinisti, forse maestre d’asilo e infermieri da sala operatoria che rientrino nelle fasce d’età e contribuzione previste per il biennio di sperimentazione. La dote per finanziare questo canale di anticipo bancario assicurato resta tra i 5 e i 600 milioni, ed è ancora da definire se chi avrà una pensione lorda superiore ai 1.500 euro dovrà o meno concorrere a parte del rimborso, mentre nulla cambia per l’Ape volontaria, riservata a chi sceglie l’anticipo fino a 3 anni e 7 mesi da rimborsare nei venti anni di pensionamento successivi.
Se l’Ape avrà dunque costi diversi a seconda della tipologia adottata dal beneficiario, a costo zero resteranno gli altri canali di anticipo previsti nel «pacchetto pensioni»: la possibilità di cumulo gratuito di periodi contributivi effettuati su gestioni diverse e l’anticipo semplificato per i lavoratori impegnati in attività usuranti, con l’eliminazione dell’obbligo che prevede che anche l’ultimo anno di lavoro prima della pensione sia effettivamente “molto faticoso”. E lo stesso varrà per il bonus precoci (si veda l’altro articolo) sul quale pure l’istruttoria sulla platea è ancora aperta.
Infine la distribuzione del miliardo circa per rafforzare le pensioni più deboli. Circa 260 milioni serviranno per l’allineamento della “no tax area” a quella dei lavoratori dipendenti (alzando il tetto per tutti i pensionati a 8.124 euro controquello di 7.750 euro annui riconosciuto agli under 75 ) e 700 milioni per aumentare le 14esime. Quest’ultima dote verrà così ripartita: il 30% servirà per aumentare l’assegno extra già percepito in luglio da 2,1 milioni di pensionati che arrivano a 750 euro (1,5 volte il minimo) mentre il restante 70% andrà a coprire l’estensione dell’assegno a circa 1,2 milioni di pensionati che ricevono un trattamento standard compreso tra i 750 e i mille euro (due volte il minimo). La nuova 14esima sarà pagata su tre fasce di reddito, come la vecchia, a seconda degli anni di contribuzione del beneficiario.

Davide Colombo

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