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Sull’anticorruzione incognita deroghe nelle piccole aziende

L’accelerazione di questi giorni sui temi del piano anticorruzione e della trasparenza è motivata dalla necessità di dare rapida risposta alle richieste della pubblica opinione. Da qui l’attivismo dell’Anac, con il ministero dell’Economia, che si appresta a emanare delle linee guida per il piano anticorruzione e per la trasparenza delle società pubbliche.
Questo è comprensibile sul piano della comunicazione ma, in concreto, in attesa del definirsi delle deleghe previste dal Ddl Madia, sarebbe stato forse più opportuno attendere di arrivare a un quadro organico delle regole sulle società partecipate, senza fughe in avanti che riguardano, per di più, aspetti oggettivamente marginali del problema .
In sostanza non sono molte le novità rispetto al «Documento condiviso» tra Economia e Anac del dicembre 2014, a cui le nuove Linee guida fanno esplicito riferimento. Purtroppo.
Perché l’orientamento è, quasi con forza di legge, quello di continuare ad ampliare gli obblighi a carico delle società, con pochissimi accorgimenti al diverso contesto e con deroghe minime riservate alle realtà di piccole dimensioni (che per altro non vengono definite). Spesso le deroghe sono solo formali. L’Anac, fino a poco tempo fa, sosteneva opportunamente che l’organismo di vigilanza potesse assumere il ruolo di responsabile anticorruzione. Oggi al contrario precisa che il compito può essere affidato solo a dipendenti, e che «solo nei casi di società di piccole dimensioni, nell’ipotesi in cui questa si doti di un organismo di vigilanza monocratico composto da un dipendente, la figura del responsabile anticorruzione può coincidere con quella dell’organismo di vigilanza». Neppure una parola per chiarire cosa succeda nel caso in cui la nomina sia già avvenuta – come fino a ieri previsto – affidandosi all’OdV. Si dice soltanto che il responsabile anticorruzione deve essere comunque nominato nel rispetto delle linee guida entro il 31 gennaio 2016.
In coerenza con questo mutamento di opinione c’è anche quello sulle relazioni tra modello 231 e piano di prevenzione. Sembrava pacifico (anzi era richiesto) che il piano dovesse essere integrato nel modello 231. Oggi invece si dice che «laddove il modello 231 e il piano di prevenzione della corruzione siano riuniti in un unico documento, è necessario che siano collocati in due sezioni distinte», e cioè che siano due documenti.
Rimane irrisolto, per altro, un tema su cui nella pratica si continua a discutere, ovvero quali siano le attività «di pubblico interesse». Le Linee guida, invece di individuare una soluzione puntuale, se la cavano così: «Sarà onere dei singoli enti o società indicare, all’interno degli atti programmatori (…) quali attività non sono di pubblico interesse regolate dal diritto nazionale o dell’Unione europea».
Sulle società “partecipate”, invece, si chiarisce che non sono soggette né alla redazione del piano di prevenzione della corruzione né alla nomina dei responsabili, ma gli si richiede di adottare il modello 231: «Le società a partecipazione pubblica, anche laddove non abbiano provveduto, sono comunque tenute ad adottare un modello di organizzazione e gestione ai sensi del Dlgs 231 del 2001, in virtù di quanto disposto dall’articolo 1 dello stesso decreto». Che l’articolo 1, comma 3, del decreto escluda l’applicazione della norme di responsabilità amministrativa solo ad alcune Pubbliche amministrazioni è senz’altro vero. Ma è anche chiaro, anche ai meno esperti della materia, che per nessun tipo di azienda esiste un obbligo normativo di adozione del modello di gestione, organizzazione e controllo.

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