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Sulla durata dei processi il governo si gioca il Recovery Ma la maggioranza è spaccata

Vietato giocarsi il futuro del Paese, usando la giustizia come pericoloso terreno di conflitto. O propaganda. È l’auspicio che il governo aveva rivolto già un mese fa alle forze di maggioranza. E che con sempre maggiore fermezza, in queste ore, arriva dagli ufficidi Palazzo Chigi mentre si apre la settimana che dà il via ufficiale al percorso delle riforme, per i versanti civile e penale. Una sfida che costringe partiti e leader a scegliere da che parte stare. A cominciare da Salvini, con la sua campagna che appicca il fuoco sui referendum: cui già ha dato il via con la raccolta firme, per i quesiti su separazione delle carriere dei magistrati, misure cautelari, Csm. Maggioranza spaccata: il duello si è consumato anche sulla nomina dei relatori, tutti di Pd, M5s o Leu, sui provvedimenti da esaminare.
La scommessa sull’intero pacchetto giustizia sarà fatale per uscire dall’emergemza. E passa, in particolar modo, per i nodi del civile che soffocano investimenti e bloccano il sistema delle garanzie e i diritti dei creditori. Una questione che vale mezzo punto di Pil. Nodi che, se risolti, potrebbero liberare 8 miliardi di euro.
Oggi, da via Arenula on line, riunione dei capigruppo di maggioranza della commissione Giustizia alla Camera per il Ddl sul penale. Tra domani e dopodomani sono attesi gli emendamenti del governo al Senato, sempre in commissione, sul civile. Proprio su questo settore, il capitolo “Giustizia” del Recovery plan punta dritto alla risoluzione di uno dei più antichi problemi: come accelerare — in caso di fallimento o insolvenza — la riscossione da parte del creditore, cioè le banche, delle garanzie sulle quali gravano pegni ed ipoteche. Il dato indicativo: mezzo punto di Pil in più nell’arco di dieci anni, poco più di 8 miliardi, sarebbe il vantaggio che arriverebbe dalla riduzione dei tempi del processo civile. E, in particolare, dal superamento di quelle lungaggini dei meccanismi di esecuzione forzata: i tempi di recupero dei crediti, in via giudiziaria, non versati.
Quelle riforme sono impegni imprescindibili su cui il governo Draghi non può permettersi cedimenti. Ritenute «indispensabili», com’è noto, all’approvazione del nostro Pnrr, diventano strategiche per l’efficacia degli investimenti dei 248 miliardi del Recovery (3,2 solo per la Giustizia). Tanto che il patto Italia-Europa è vincolato a un’agenda stringente: entro 5 anni, devono ridursi del 40 per cento i tempi del giudizio civile; del 25 per cento quelli del penale. Entro la fine del 2021 è prevista l’approvazione delle leggi delega, a giugno in aula quella sul Csm. Una corsa contro il tempo: su strada impervia, dopo la crisi devastante che investe la magistratura, ora anche sotto la tempesta di fango e sospetti per la circolazione dei verbali secretati del caso Amara.
Basta indugi, il governo chiama tutte le forze alla responsabilità. Anche perché la valutazione del “servizio- giustizia” ai cittadini ci pone in coda ai paesi industrializzati: secondo il Rapporto “Doing Business” del 2018, siamo al 108° posto su 190 Paesi per tempistica delle esecuzioni giudiziali degli obblighi contrattuali. Per il recupero di un credito in Italia occorrono 1.120 giorni. A fronte dei 395 giorni in Francia, e dei 499 giorni in Germania. Pochi, insufficienti i passi avanti registrati, negli ultimi anni, con risoluzioni e patti extragiudiziali.
Il Recovery promette invece di andare a fondo. Primo passo: velocizzare i processi civili. Con la piena attuazione di un vero e proprio “Ufficio per il processo”, col potenziamento dello staff del magistrato, assunzioni dal 2022 di specialisti di dati, economia, informatica. A queste misure si affiancherà la digitalizzazione delle cancellerie, la creazione di nuovi edifici. L’altro pilastro, sul quale fanno leva i risultati di crescita e competitività propri del Recovery plan, è costituito dall’accelerazione di quei meccanismi di recupero dei crediti. È qui che si interverrà di cesello sul codice civile per ridurre i termini delle esecuzioni: con provvedimenti che dovrebbero mirare al più rapido esproprio degli immobili, che colpirebbero in modo particolare i debitori “professionali” e terrebbero al riparo i debitori inconsapevoli o sprovveduti che incappano in un default aziendale.
Perché l’economia ne trarrà vantaggio? Tra le oltre 300 pagine del Recovery plan, c’è la risposta. La prima: le banche, con maggiore certezza sul recupero del credito, avranno rischi minori e potranno di conseguenza ridurre i tassi dei finanziamenti. La seconda; per analoghi motivi: consentirà agli istituti di credito di concedere finanziamenti anche ad aziende giovani e senza garanzie ridondanti, aprendo maggiormente il mercato.
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