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Sulla concorrenza leggi annuali a tappe Resta il nodo Bolkestein

Il rischio maggiore che il premier Mario Draghi si è assunto con il pacchetto sulla concorrenza è probabilmente averne diluito gli interventi nel corso degli anni. Non tutto arriverà con il prossimo disegno di legge annuale, da presentare al Parlamento entro luglio 2021. Perché, almeno sulla base di quanto riportato nel documento e al netto di accelerazioni in corso d’opera, il Recovery plan (Pnrr) rinvia una serie di misure alle leggi dei prossimi anni, fino al 2024. Ma una volta usciti dalla fase di appeasement tra i partiti, una concordia forzata per l’esigenza di avviare il piano, nella navigazione parlamentare ogni intervento potrebbe rivelarsi più complicato.

Il Pnrr non cita un tema politicamente divisivo come la mancata messa a gara delle concessioni balneari. Ma qualcosa già si muove. Per le spiagge si rischia un estate nel caos. La proroga automatica al 2033, prevista da una norma a firma dell’ex ministro leghista Centinaio, in diversi casi è stata disapplicata dai Tar perché ritenuta contraria al diritto Ue. E si sono attivate anche alcune procure. Per questo, in vista del decreto proroghe in arrivo al consiglio dei ministri, il governo starebbe studiando una norma “ponte” per blindare la stagione decisiva per far ripartire il turismo. Se passerà questa ipotesi, solo successivamente si negozierà con la Commissione europea una misura strutturale per sanare la procedura di infrazione in corso. Non solo, un intervento normativo è allo studio anche per il commercio ambulante, finito ugualmente nell’incertezza dopo che l’Antitrust ne ha definito illegittime tanto la proroga delle concessioni quanto l’esclusione tout court dall’ambito di applicazione della direttiva Bolkestein.

La Lega intanto sembrerebbe avere ottenuto un ammorbidimento sulle concessioni idroelettriche, il «petrolio delle Alpi» nella vulgata del Carroccio. Le prime bozze del Pnrr indicavano espressamente il ritorno alla disciplina nazionale mettendo fine alla regionalizzazione ottenuta dal partito di Salvini durante il governo Conte-I. La versione finale invece parla solo di modifiche per «favorire, secondo criteri omogenei, l’assegnazione trasparente e competitiva» delle concessioni, «anche eliminando o riducendo le previsioni di proroga o di rinnovo automatico». E soprattutto rinvia tutto alla legge annuale 2022.

Ricapitolando, il Pnrr individua come interventi puntuali sul 2021 solo quelli per la banda ultralarga, per semplificare le installazioni delle reti e incentivare ulteriormente la domanda, e i criteri «certi e trasparenti» in materia di concessioni portuali. Per il resto il calendario prospetta lo sblocco dei piani di sviluppo per la rete elettrica (piano Terna) e norme per accelerare le gare per la distribuzione del gas con la legge 2022. Nello stesso anno dovrebbero vedere la luce norme per i servizi pubblici locali, compresi i trasporti, vincolando gli affidamenti in-house a motivazioni anticipate e rafforzate e fissando un principio generale di proporzionalità della durata dei contratti. Previste solo al 2024 le correzioni per le concessioni autostradali, cioè il rafforzamento dei divieti di proroga e di rinnovo automatico con il potenziamento dei controlli sull’esecuzione delle opere realizzate.

Non vengono indicate date, invece, per la sanità (verifiche periodiche dell’accreditamento delle strutture private e meno discrezionalità nella nomina dei dirigenti ospedalieri), per la gestione dei rifiuti (permessi più celeri per gli impianti), per la ricarica delle auto elettriche (abrogazione delle tariffe regolate per la fornitura di energia).

Non ci sono al momento previsioni sui tempi di adozione di altre misure, pur citate nel piano, relative al rafforzamento dei poteri dell’Antitrust in materia di operazioni di concentrazione e di imprese che operano in più mercati, area di azione che coinvolge le grandi piattaforme digitali, e al potenziamento delle altre Authority (Consob, Arera, Agcom, Art). Si tratterà invece soprattutto di sbloccare i provvedimenti attuativi già previsti nel caso del completamento della liberalizzazione del mercato elettrico, più volto rinviato fino all’ultima scadenza del 2023.

Mancano riferimenti a molte altre proposte che, al pari di quelle incluse nel Pnrr, erano state avanzate dall’Antitrust nella segnalazione inviata al Parlamento e al governo il 23 marzo. Ad esempio al commercio al dettaglio, che anche la Commissione Ue nelle sue Raccomandazioni aveva chiesto all’Italia di inserire prioritariamente tra i settori da aprire di più. La segnalazione dell’Antitrust era stata sollecitata dallo stesso Draghi già con le dichiarazioni programmatiche esposte al Parlamento in cui si anticipava l’intenzione di riportare in vita lo strumento della legge annuale, previsto nel nostro ordinamento dal 2009 ma approvato per la prima e unica volta dalle Camere solo nel 2017 dopo un calvario di pause, rinvii ed emendamenti che sembrarono più tutelare le rendite di posizione che difendere i consumatori.

Draghi promette ora una concorrenza «regolata», che non può essere sempre il «toccasana» ma può far sì che i «fondi non vadano solo ai monopolisti» o comunque, si può immaginare, a chi ha posizioni dominanti. L’esercizio più difficile, di fronte a misure tra loro così eterogenee e dalla definizione finale così incerta, è stimare il reale impatto sull’economia. Il governo, malgrado ciò, mette nero su bianco le proiezioni nel Pnrr concentrandosi sulla relazione tra riduzione dei margini dei profitti e Indice di regolamentazione del mercato dei prodotti sviluppato dall’Ocse.

L’insieme degli interventi dovrebbe generare dopo cinque anni un aumento del Pil rispetto allo scenario di base pari a 0,2 punti percentuali, mentre nel lungo periodo si arriverebbe a 0,5 punti. Consumi privati e investimenti totali, nel lungo periodo, aumenterebbero rispettivamente dello 0,3 e dell’1,1 per cento.

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