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Sul tavolo tra Agricole e BancoBpm spunta l’incognita del golden power

Per ora non esiste una vera e propria trattativa, ma solo contatti esplorativi per verificare se e in che termini eventualmente procedere a un’aggregazione nel settore bancario tra i francesi di Credit Agricole e l’italiana BancoBpm. Il dialogo sull’asse Milano-Parigi proseguirà nelle prossime settimane, ma dovrà necessariamente passare anche da Francoforte (sede della Vigilanza Bce) e da Roma poiché l’operazione rientra tra quelle su cui il Governo italiano è chiamato ad esercitare i poteri speciali previsti dal Golden Power.

Con il decreto liquidità (articoli 15-17 del D.L. 8 aprile 2020, n. 23) il Governo ha infatti rafforzato la disciplina dei poteri speciali nei settori di rilevanza strategica, ampliando l’ambito di intervento anche ai settori bancario e assicurativo. La normativa d’urgenza, che ancora non si sa se sarà estesa oltre la scadenza finora prevista al 31 dicembre 2020, prevede l’ampliamento dell’obbligo di notifica anche ai soggetti Ue che assumono il controllo di società operanti nei settori strategici di interesse nazionale.

È prematuro ipotizzare oggi quale sarà l’orientamento del Governo. Molto dipenderà dallo schema su cui sarà costruita l’eventuale aggregazione che, guardando alle diverse dimensioni assolute dei due gruppi, a prima vista non può essere considerato un “merger of equal”: la capitalizzazione di Borsa di Credit Agricole è di oltre 21 miliardi, quella di BancoBpm di 2,5 miliardi. Senza contare che l’Agricole è controllato al 56% dalla holding che raggruppa le “caisses” regionali francesi, mentre la banca italiana è una public company senza azionisti di riferimento.

Diversa configurazione avrebbe invece l’ipotesi, che gli advisor dei due gruppi stanno vagliando, di procedere alla sola aggregazione di Banco Bpm con le attività bancarie del gruppo Agricole in Italia. In questo caso, secondo le prime stime degli analisti, all’Agricole andrebbe una quota del 40% circa nel nuovo aggregato. Il controllo sarebbe in ogni caso in mano ai francesi, ma si tratterebbe di un’entità quotata in Borsa e dotata di una propria autonomia operativa.

È possibile che, anche in questo caso, non mancherebbero le polemiche sull’espansionismo francese nel mercato bancario italiano. In realtà, se i fatti dovessero confermare le indiscrezioni raccolte dal Sole24Ore, a preoccupare l’Italia dovrebbe essere piuttosto il rischio di un disinteresse estero nei confronti delle banche commerciali italiane. Oltre confine è diffusa l’idea che il rischio-Italia, anestetizzato temporaneamente dall’intervento di Bce sui titoli di Stato, sia destinato a riemergere con forza nei prossimi anni quando si dovranno fare i conti con un debito pubblico oltre i limiti di guardia e con un’economia che cresce a rilento.

Un conto è l’interesse estero per la gestione del risparmio degli italiani, che resta alto, altra cosa è la proprietà di banche tradizionali che vedono arrivare all’orizzonte una nuova ondata di crediti deteriorati. Non è un caso che in un settore in cui praticamente tutte le banche (a eccezione di Intesa Sanpaolo) siano in vendita o pronte ad aggregazioni, i principali player esteri mostrino disinteresse. Basti pensare a Bnp Paribas, prima banca europea per market cap (40 miliardi di euro) e controllante in Italia di Bnl, che punta a crescere nei servizi finanziari ma non nel banking tradizionale.

Valutazioni analoghe sarebbero in corso in questi giorni, secondo quanto risulta da fonti finanziarie, anche al Credit Agricole che potrebbe vedere nel deal con BancoBpm l’occasione per diluire e modificare strategicamente la sua presenza in Italia. E non per aumentarla. Come? Uno schema oggetto di studio vedrebbe il conferimento delle attività bancarie tradizionali italiane di Agricole nel polo quotato con BancoBpm, diluendo inizialmente la quota della “Banque Verte” al 40% circa. Livello che però poi potrebbe essere ridotto, anche fino a deconsolidare la partecipazione, ma restando azionista rilevante e soprattutto partner privilegiato per la distribuzione dei suoi servizi finanziari (asset management, assicurazioni, credito al consumo, investment banking internazionale). Un modello già sperimentato con successo, seppure in scala minore, nel rapporto tra Credit Agricole e Credito Valtellinese.

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