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«Sul Recovery Plan le deleghe al ministro delle Politiche Ue»

Una «governance» forte e strutturata, con chiarezza delle responsabilità, per l’utilizzo dei 209 miliardi che la l’Unione renderà disponibili per l’Italia. Il Governo deve predisporre il Piano nazionale, che è già in via di definizione, ma che dovrà essere presentato tra febbraio e marzo, con impegni di spesa completati entro il 2023 e risorse impiegate entro il 2026. Un «impegno amministrativo e gestionale senza precedenti, che non potremo affrontare senza predisporre strutture adeguate per la fissazione delle priorità, la selezione dei progetti e l’attuazione operativa del Piano nazionale» scrive Assonime nel Rapporto “Quale assetto istituzionale per l’impiego dei fondi di Next Generation EU” inviato oggi alle istituzioni.

Per questa sfida – propone l’associazione presieduta da Innocenzo Cipolletta – serve un ministero ad hoc senza portafoglio per il Recovery fund, maggiore convergenza possibile fra maggioranza e opposizione in Parlamento per votare le linee guida deliberate dal governo e la costituzione di due livelli, gestionale e operativo. Certo, ha spiegato Cipolletta nel corso della presentazione, non «serve creare un nuovo ministro ma nuove deleghe che potrebbero essere assegnate al ministro degli Affari europei, anche se non spetta a noi dirlo».Il Rapporto di Assonime è stato coordinato dal Dg Stefano Micossi e realizzato da Franco Bassanini, Ginevra Bruzzone, Marcello Clarich, Claudio De Vincenti, Bernardo Giorgio Mattarella, Andrea Montanino, Marcella Panucci, Paola Parascandolo e Luisa Torchia.

Vari i livelli di intervento nella catena decisionale (Governo, Parlamento, Regioni), con una forte responsabilità del Comitato Interministeriale per gli Affari Europei (CIAE) e al suo interno al ministro per il Recovery Plan – quindi quello degli Affari Europei – le cui competenze secondo il progetto potrebbero essere ampliate con apposita delega del Presidente del Consiglio («basta un Dpcm» ha specificato Bassanini). Da qui le proposte e il monitoraggio dell’attuazione dei progetti: il ministro dovrà essere coadiuvato da un Centro di coordinamento tecnico operativo, composto da un rappresentante dei Ministri competenti per materia e da un nucleo di selezionate figure di alto profilo tecnico.

Assonime chiede quindi di «adottare una sequenza temporale nei progetti di spesa» per il Recovery Fund «che consenta un impatto rapido sulla domanda aggregata: iniziando dalle spese per manutenzione di infrastrutture a rete e efficientamento (anche energetico) del patrimonio edilizio». Nel progetto inviato agli organi istituzionali inoltre «si richiama ancora una volta l’attenzione sull’esigenza di semplificare drasticamente le procedure amministrative di spesa, tendendo conto che tutte le spese dovranno essere completate entro il 2026. Una ripetizione dei defatiganti compromessi al ribasso che hanno alla fine reso inefficace il recente decreto semplificazioni minaccerebbe la capacità di attuare le spese annunciate, conducendo l’Italia a perdere le ingenti risorse disponibili» precisa il rapporto. A questo punto si individuano tre aree o tipologie di progetti: quelli infrastrutturali di rilevanza nazionale (grandi reti stradali, ferroviarie, energetiche e di comunicazione, i grandi nodi logistici, gli interventi di rafforzamento del sistema sanitario), con gare europee, i «progetti di investimento di rilevanza regionale (ad es. la sistemazione idrogeologica del territorio, i sistemi di gestione dei rifiuti, il risanamento delle reti idriche» che le singole Regioni potranno presentare al governo. Infine le le misure di sostegno agli investimenti privati: programmi nazionali di incentivazione e sostegno alla trasformazione energetica, tecnologica, dimensionale delle imprese e dell’intero sistema economico. Naturalmente – come ha precisato De Vicenti – i nuovi progetti da finanziare con il Recovery vanno pensati in combianzione con quelli già varati e finanziati con fondi strutturali, «in un progetto complessivo».

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