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Sul market abuse definitivo no dell’Europa alle doppie sanzioni

Diventa definitiva una delle più recenti e discusse sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha visto coinvolta l’Italia. Il collegio di cinque giudici della Grande Camera, chiamato ad esprimersi sull’istanza di rinvio presentata dal Governo italiano in relazione al caso Grande Stevens, ha respinto l’impugnazione. La decisione, che è stata presa lunedì 7 luglio, è stata resa nota ieri con un comunicato stampa pubblicato sul sito della Cedu. Il giudizio cristallizza così il verdetto del 4 marzo, le cui conseguenze nel nostro ordinamento sono tutte da valutare e oggetto di riflessione anche dei più alti vertici della magistratura (è solo di qualche settima fa una densa e problematica relazione dell’Ufficio del massimario della Cassazione dedicata proprio alla portata della pronuncia).
Da una parte la sentenza ha valutato che il procedimento per market abuse davanti a Consob sia bisognoso di più garanzie a tutela degli imputati, dall’altra, soprattutto, ha ritenuto che le sanzioni previste sul piano amministrativo per l’illecito siano talmente pesanti da rendere di fatto tranquillamente equiparabili a quelle penali, rendendo così necessaria l’applicazione del principi di impossibilità di un nuovo e parallelo giudizio per i medesimi fatti (ne bis in idem).
La sentenza dei giudici di Strasburgo si colloca in un contesto normativo complesso che, oltre a interessare il rapporto tra il diritto interno e la Convenzione europea dei diritto dell’uomo, risulta essere notevolmente influenzato dalle disposizioni del diritto Ue e dalla giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea in materia di market abuse.
Le norme sottoposte al test di compatibilità con la Convenzione, ovvero gli articoli 187-ter e 185 del Tuf, sono state infatti aggiornate a seguito del recepimento della direttiva 2003/6/Ce, relativa all’abuso di informazioni privilegiate e alla manipolazione del mercato. Oltre alle novità introdotte in materia dal regolamento Ue 596/2014 del 16 aprile 2014 – che abroga a decorrere dal 3 luglio 2016 la vecchia direttiva 2003/6/Ce – e quelle introdotte dalla nuova direttiva 2014/57/Ue del 16 aprile 2014, che dovrà essere recepita entro il 3 luglio 2016, il legislatore dovrà probabilmente rivedere la disciplina in materia di market abuse.
Cruciale il nodo del ne bis in idem. L’articolo 4 del protocollo 7 della Convenzione, sotto la rubrica «diritto a non essere giudicato o punito due volte» prevede che «nessuno può essere perseguito o condannato penalmente dalla giurisdizione dello stesso Stato per un reato per il quale è già stato assolto o condannato a seguito di una sentenza definitiva conformemente alla legge e alla procedura penale di tale Stato». Nella giurisprudenza della Cedu, a partire dal caso Engel – leading case in materia di “riqualificazione” delle sanzioni ai fini della Convenzione – si è sviluppato un costante filone giurisprudenziale che valuta la natura delle sanzioni imposte da uno Stato non in base al nomen iuris della sanzione stessa ma in base a criteri più severi o Engel criteria (si veda lo schema a lato). In tale sede può quindi essere considerata “penale” ai fini della Convenzione anche una sanzione amministrativa, che, in relazione al suo grado di severità, rientra nell’ambito di applicazione delle tutele ivi previste.
Nel caso Grande Stevens, la sanzione amministrativa prevista dall’articolo 187-ter del Tuf è stata considerata come penale e la Corte di Strasburgo ha stabilito che il processo penale in corso non si sarebbe dovuto celebrare. Considerato che il processo penale relativo al caso de quo si è già chiuso a seguito dell’avvenuta prescrizione del reato, bisognerebbe valutare se tale modalità di chiusura del processo penale (per prescrizione) non possa arrecare conseguenze pregiudizievoli per i ricorrenti in un’ottica europea. Secondo la sentenza della Cedu, le conseguenze “negative” andrebbero rimosse.

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