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Sul green pass obbligatorio convergenze imprese-sindacati

Prime convergenze tra Confindustria e sindacati: tutti d’accordo sull’introduzione dell’obbligo vaccinale e del green pass nei luoghi di lavoro; ma il nodo riguarda su chi graverà il costo dei tamponi (gli industriali non vogliono che gravi sulle aziende, i sindacati sui lavoratori).

Questo lo scenario emerso all’incontro di ieri sera tra i vertici di Confindustria con i leader di Cgil, Cisl e Uil in vista della prossima cabina di regia, in cui il governo si occuperà proprio della possibile estensione del green pass al mondo pubblico e privato. «È il momento di stare insieme, auspico che sia l’inizio di un percorso che ho voluto fortemente, da fare insieme nell’interesse del Paese – ha commentato alla fine dell’incontro il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi -. Da sempre siamo per l’obbligo vaccinale, ma se la politica non sa trovare una sintesi è necessario mettere in sicurezza i luoghi di lavoro, primo per la salute di chi vi opera, poi per non compromettere la ripresa. Noi siamo per l’adozione del green pass obbligatorio nei luoghi di lavoro e su questo si è aperta una discussione». Bonomi che era affiancato dal direttore generale di Confindustria Francesca Mariotti e dal vicepresidente Maurizio Stirpe guardando alle prossime decisioni dell’Esecutivo ha anche lanciato una proposta ai sindacati: «Laddove si dovesse decidere l’obbligo del green pass nei luoghi di lavoro e le parti sociali trovassero un accordo, io credo che ci possa essere da parte del governo un riconoscimento di questo possibile accordo fra noi e il sindacato e potersi far carico dei costi, che sicuramente non possono essere a carico delle aziende».

In sostanza le imprese hanno bisogno di certezze, e spingono per l’utilizzo del certificato verde nei luoghi di lavoro (oggi è previsto nelle sole mense), senza un aggravio di costi, per assicurare la tutela dei propri dipendenti e non fermare la produzione che comprometterebbe il percorso di ripresa intrapreso. I sindacati, invocando una legge ad hoc per introdurre la vaccinazione obbligatoria hanno chiesto un incontro con il governo. Nel frattempo chiedono che il costo della certificazione verde non pesi sui lavoratori chiamati a fare il tampone e non vi siano penalizzazioni tra i dipendenti. «Giudizio positivo per questo primo incontro con Confindustria – ha detto il leader della Cisl, Luigi Sbarra-, il metodo è positivo, dopo mesi di mancato confronto riprende la discussione che assume un valore particolare, c’è una comune convergenza sulla richiesta a Governo e Parlamento di assumersi la responsabilità di un provvedimento legislativo sull’obbligo vaccinazione per tutti i cittadini». Il numero uno della Cgil, Maurizio Landini nel pomeriggio era stato a palazzo Chigi per un incontro con il premier Mario Draghi. «Quando si parla di sicurezza sul lavoro i costi non possono essere caricati sulle spalle dei lavoratori – ha ribadito il segretario della Uil, Pierpaolo Bombardieri – né possono essere licenziati lavoratori che non fossero disponibili a farsi il tampone: su questo Confindustria si è detta d’accordo. Rimangono distanti le posizioni sull’utilizzo del green pass nelle mense: in questi mesi i Protocolli hanno funzionato e hanno consentito l’uso delle mense in assoluta sicurezza».

In base all’attuale normativa (il dl 111 in vigore dallo scorso 6 agosto) la “certificazione verde” viene rilasciata dopo aver effettuato la prima dose o il vaccino monodose da 15 giorni, dopo aver completato il ciclo vaccinale, per essere risultati negativi a un tampone molecolare o rapido nelle 48 ore precedenti o per essere guariti da Covid nei sei mesi precedenti. Il possesso (e l’esibizione del green pass) è prevista, dalla stessa legge, dal 1° settembre, per la scuola, ad esempio. E per chi è sprovvisto scatta, dal quinto giorno, sospensione dal servizio e dalla retribuzione.

Sempre la legge disciplina l’uso del green pass anche nel privato. Il governo con una faq ha chiarito la portata normativa, in particolare relativamente alle mense aziendali (e nei locali adibiti alla somministrazione di servizi di ristorazione ai dipendenti). Se la consumazione al tavolo è al chiuso, viene richiesto il possesso della certificazione verde, analogamente a quanto avviene nei ristoranti (e la verifica è in capo ai gestori di tali servizi). Secondo alcuni esperti, chi non dovesse possedere la certificazione verde subisce le conseguenze previste dal codice civile, vale a dire che, essendo impossibilitato temporaneamente a rendere la prestazione, viene sospeso da servizio e retribuzione. Anche l’eventuale tampone, sempre secondo diversi esperti, sarebbe a carico del lavoratore, perché il tampone è un presupposto legale della prestazione.

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