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Sul falso in bilancio il nodo valutazioni

La soppressione del cosiddetto “falso valutativo” nella nuova legge sul falso in bilancio – in vigore da domenica scorsa – rischia di aprire una falla nella punibilità dei reati societari. Anche se resta tutto da valutare l’impatto che avrà la nuova disciplina nella dinamica concreta dei casi sottoposti a Procure e magistrati.
Le avvisaglie sono emerse a margine del dispositivo della sentenza con cui la Cassazione martedì sera ha annullato la condanna dell’ex sondaggista Luigi Crespi e di due coimputati. La ragione, in attesa del deposito della motivazione, starebbe nella modifica legislativa che da quattro giorni non contempla più l’ipotesi del falso «ancorché oggetto di valutazioni», espunto dalla versione finale del nuovo articolo 2622 del codice civile. In sostanza, stando alla lettera della norma, i comportamenti punibili oggi (e ,per il principio del favor rei anche tutti i reati accertandi o accertati) sono l’esposizione di «fatti materiali non rispondenti al vero» oppure l’omissione a bilancio di «fatti materiali rilevanti». Fuori dall’alveo della punibilità, quindi, restano tutte le poste che, come spesso succede, vengono (quasi) liberamente apprezzate da chi redige il bilancio utilizzando criteri valutativi (si veda anche Il Sole 24 Ore del 3 aprile). Una circostanza, questa, che si verifica con frequenza, particolarmente nei bilanci consolidati o comunque più complessi. Ciò che è stato rilevato dai giudici della Cassazione, per esempio, potrebbe minare buona parte dell’indagine torinese su Fonsai, dove – solo a titolo esemplificativo – il «fondo riserve sinistri» messo sotto osservazione dalla Procura come ipotesi di falso, oggi falso non sarebbe più. Ma lo stesso discorso potrebbe riproporsi ogni volta che nello stato patrimoniale viene valutato il valore di immobili posseduti, o ancora lo stato dei crediti, le plusvalenze sportive. A meno che i giudici non abbiano una differente interpretazione.
La sparizione del falso valutativo era emersa nel dibattito parlamentare – seduta del 18 marzo , questione posta dal senatore Caliendo sull’emendamento soppressivo del Governo – ma il relatore D’Ascola aveva spiegato che «sarà opera dell’interpretazione giurisprudenziale stabilire se le valutazioni debbano essere considerate ai fini della sussistenza del requisito della non rispondenza al vero». Martedì sera la Cassazione ha dato il primo responso. Paradossalmente, il falso valutativo resta per ipotesi di reato meno gravi, dall’ostacolo alla vigilanza (articolo 2638 del Codice civile, punito fino a 4 anni) e nel penale tributario (articolo 7 del dlgs 74/2000, in relazione alla dichiarazione infedele o fraudolenta, fino a 3 o 6 anni di reclusione).
Sul tema si è subito acceso il dibattito politico. Getta acqua sul fuoco il ministro della Giustizia, Andrea Orlando: «Dobbiamo leggere ancora le motivazioni che non sono state pubblicate. La Cassazione interviene su un caso specifico. È vero che l’area di punibilità è stata estesa ma senza leggere le motivazioni non è possibile capirne la portata». Ma, al di là dei Cinque Stelle, il fuoco sul rischio-voragine per i processi in corso è amico: «La Cassazione ha dimostrato che nella nuova disciplina sul falso in bilancio c’è un buco pazzesco che rischia di vanificare l’esito dei processi. Bisogna che il Consiglio dei ministri intervenga, perché bisogna parlare di cose concrete» ha detto Pier Luigi Bersani, mentre Giacomo Caliendo sottolinea che «il gruppo di Fi, sia in commissione che in Aula, presentò un emendamento a mia prima firma che inseriva proprio quattro parole “ancorché oggetto di valutazioni” e, nonostante il ripetuto invito a tener conto di tale necessaria integrazione, l’emendamento, anche a causa del parere contrario del governo, non fu approvato». Per Donatella Ferranti, presidente della Commissione giustizia della Camera «prima di lanciare allarmi meglio sarebbe attendere e leggere le motivazioni della sentenza».
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