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Sul cuneo fiscale a rischio un miliardo

di Giovanni Parente e Amedeo Sacrestano

La manovra mette nel mirino le agevolazioni alle imprese e tra queste anche la riduzione del cuneo fiscale. In caso di taglio lineare e non selettivo delle tax expenditures, i tagli ai bonus su questa specifica voce possono arrivare a costare alle imprese quasi fino a un miliardo di euro. A tanto corrisponde il 20% dell'attuale onere sostenuto dallo Stato per ridurre il differenziale in termini contributivi e fiscali sul costo del lavoro (circa 4,5 miliardi). Un onere che rischia di trasferirsi integralmente sulle imprese in Italia e di diventare una zavorra in termini di competitività. La scure del 20% scatterà nel 2014 solo se non si arriverà al riordino dei benefici fiscali entro il 30 settembre 2013.

Più in generale sono in bilico poco più di due miliardi di euro rispetto ai 10,3 di sgravi che, in vario modo, sono destinate alle attività produttive. Solo però un taglio selettivo e ragionato consentirebbe di prendere correttamente la mira se la prospettiva è quella di una razionalizzazione. A guardare la tabella dei 70 incentivi fiscali alle imprese predisposta dal ministero dell'Economia (e che accompagna la conversione della manovra) ci si accorge che "vittime" dei tagli lineari sarebbero sia gli interventi strutturali quanto norme disomogenee, variegate e (in qualche caso) ormai datate, che meglio potrebbero prestarsi a rimodulazioni. In altri termini, non tutti gli sconti fiscali alle imprese hanno la stessa giustificazione o la stessa utilità strategica. Alcuni, per esempio, puntano a correggere distorsioni del sistema fiscale nazionale. Primo fra tutti, l'abbattimento del cuneo fiscale. Ma c'è anche la deducibilità del 10% dell'Irap versata dalle imposte sui redditi: un limite introdotto nel 2008 sulla cui legittimità costituzionale è stata addirittura chiamati a pronunciarsi la Consulta. Altri incentivi sono mirati a favorire lo sviluppo economico. Altri ancora (spesso di dimensioni anche modeste) riguarda settori produttivi particolari.

Nella sintesi proposta a lato, non sono stati ricompresi gli incentivi contenuti nel decreto Sviluppo (tra testo originario e legge di conversione) e quelli della manovra stessa. Dunque, nessun “taglio” si abbatterà sui nuovi crediti d'imposta per la ricerca e le assunzioni e gli investimenti nel Mezzogiorno che, tra l'altro, attendono (mancano, infatti, ancora i necessari decreti attuativi). Sarà toccato, invece, il vecchio credito d'imposta per gli investimenti nel Mezzogiorno (era stato previsto dalla Finanziaria 2007) per la quota di fondi destinata al 2013. Si tratta, però, in questo caso di uno stanziamento (circa 360 milioni) operato “per eccesso”, dato che i fondi in questione sono stati prenotati (nel 2008) ma molte delle opzioni non si sono tramutate in spese effettive: la crisi economica degli ultimi anni ha, infatti, ridimensionato le prospettive di investimento nel Sud. Sempre alla voce «incentivi allo sviluppo», ci sono misure variegate (dagli aiuti al cinema ai bonus per gli impianti antifurto) che ben si presterebbero ad essere riorganizzati e che, insieme, superano 140 milioni di euro.

Un capitolo a parte (per un valore di 1,5 miliardi di euro all'anno) è quello delle agevolazioni per i riallineamenti dei valori derivanti da operazioni straordinarie. Non si tratta di incentivi veri e propri ma di regole tecniche che servono a dare una soluzione a incoerenze dei meccanismi di prelievo tributario rispetto all'evoluzione degli "schemi" societari . I margini di intervento, quindi, non mancano.

Nel "menu" degli incentivi figurano anche quelli alle cooperative: qui ci sono in gioco più di 700 milioni di euro l'anno. Da tempo si discute su un'eventuale riorganizzazione delle norme giuridiche (e fiscali) per questo specifico settore. All'ordine del giorno potrebbe entrare ora anche la valutazione sui bonus

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