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Sul concordato il giudice controlla la legittimità

Il controllo del giudice sulla proposta di concordato è circoscritto al profilo della legittimità. Quelle sulla convenienza, sulla possibilità di successo economico, invece, spetta ai creditori. A queste conclusioni approda un’importante sentenza delle Sezioni unite civili, depositata ieri, la n. 1521. La pronuncia è destinata a rappresentare una punto di riferimento in una materia nella quale si sono succeduti numerosi interventi normativi, l’ultimo, preso in considerazione dalla stessa sentenza, nel settembre scorso.
Le Sezioni unite si soffermano, in 70 pagine di motivazioni, a valutare la natura e l’incisività dei controlli che spettano all’autorità giudiziaria davanti a una proposta di concordato con cessione di beni. Così, i giudici valutano innanzitutto la nozione di «fattibilità del concordato» e spiegano che quest’ultima non va confusa con la convenienza della proposta ossia con il giudizio di merito certo sottratto al tribunale. Come pure la fattibilità non ha nulla a che fare con un’astratta verifica sugli elementi dell’attivo e del passivo. «È invece – osserva la sentenza – più propriamente da ritenere che la fattibilità si traduca in una prognosi circa la possibilità di realizzazione della proposta nei termini prospettati, il che implica una ulteriore distinzione, nell’ambito del generale concetto di fattibilità, tra la fattibilità giuridica e quella economica».
Sulla fattibilità giuridica la competenza del giudice è indubitabile, mentre sulla seconda esistono maggiori margini di incertezza. La fattibilità economica è infatti legata a discrezionalità di valutazione e possibilità di errore che si traducono in un fattore di rischio per i creditori interessati. Una volta che ci sia stata corretta informazione sul punto (altrimenti la proposta deve essere considerata nulla) è allora ragionevole che di questo rischio si facciano carico, secondo le Sezioni unite, proprio i creditori.
Qui entra in gioco il rapporto con il professionista e la relazione da lui stesa che attesta la fattibilità del piano di ristrutturazione del debito. Nell’ambito del controllo del giudice rientra allora la correttezza delle motivazioni fatte proprie dal professionista sulla fattibilità del piano, sulla coerenza complessiva delle conclusioni finali, sulla «rilevazione del dato se emergente “prima facie”, da cui poter desumere l’inidoneità della proposta a soddisfare in qualche misura i diversi crediti rappresentati, nel rispetto dei termini di adempimento previsti».
Escluso invece un controllo sull’aspetto pratico-economico della proposta e, quindi, sulla correttezza della indicazione della misura di soddisfacimento percentuale offerta dal debitore ai creditori. Sì pertanto al controllo del giudice sulla congruità e logicità delle argomentazioni contenute nella relazione del professionista; no a un controllo sul pronostico di realizzabilità dell’attivo nei termini indicati dall’imprenditore.
Il giudice deve poi, avvertono le Sezioni unite, utilizzare uno stesso parametro di valutazione nei diversi momenti di ammissibilità, revoca e omologazione del concordato. Inoltre, la sentenza si preoccupa di confutare l’opinione secondo cui le ultimissime modifiche alla Legge fallimentare, introdotte con l’obiettivo di favorire la continuità aziendale, recuperano un ruolo propositivo del tribunale nell’ambito della valutazione della proposta di concordato, ruolo che non si concilierebbe con l’attribuzione all’autorità giudiziaria di una forma di controllo limitata ai profili di legalità con esclusione del merito. Decisiva in questo senso la previsione del nuovo articolo 179 della Legge fallimentare che impone al commissario di comunicare ai creditori le mutate condizioni di fattibilità del piano, escludendo quindi un intervento del giudice anche in una fase preliminare.

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