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«Sul caos delle materie prime ci sono segni di stabilizzazione»

Ha chiuso il 2020 limitando il calo dei ricavi al 6,7% conservando pressoché intatto l’effetto volume; in piena pandemia ha riportato in Italia la produzione del tessuto non tessuto meltblown ricostituendo così la filiera nostrana della mascherina ormai delocalizzata in Asia; ha aperto l’anno corrente con risultati positivi, fatturato e margine operativo lordo in crescita in quasi tutti i settori di business. Per RadiciGroup, leader mondiale nella produzione di intermedi chimici di cui Angelo Radici è presidente, si potrebbe dire che il peggio è passato se non fosse che alle difficoltà causate dal Covid ha fatto seguito un vertiginoso aumento del costo delle materie prime. «Una situazione estremamente complicata», così racconta Radici, che nonostante tutto, parla di un primo trimestre positivo con fatturato e margine operativo lordo in crescita.

Costi delle commodities alle stelle, ma anche difficoltà nel reperirle. Come ve la state cavando?

Ci siamo mossi in tempo e grazie ai nostri collaboratori che si occupano degli acquisti di materiale strategico abbiamo avuto buone possibilità. Naturalmente anche noi paghiamo lo scotto: siamo sotto il 10-15% della nostra potenzialità produttiva, ma tutto sommato si tratta di una percentuale gestibile. Il fenomeno è globale, in altri settori ci sono riduzioni anche più pesanti.

I rincari dove hanno colpito?

Abbiamo come riferimento il benzene, un composto chimico ottenuto dai processi di cracking e reforming del petrolio. Da esso deriva il 90% dei nostri prodotti: è l’idrocarburo che sta in cima alla filiera di tutti i prodotti a base di nylon fino ai derivati, come i tecnopolimeri. All’inizio dell’anno il prezzo era di 400-450 euro a tonnellata, a maggio siamo arrivati a pagarlo 1.400 euro. I nostri prodotti però godono di uno spread dovuto alla lavorazione, alla trasformazione. Per fare un esempio chi acquista fenolo acquista da noi benzolo più un quid di trasformazione. E su questa seconda fase abbiamo ottimizzato.

Il rincaro è comunque sbalorditivo.

Negli ultimi trent’anni non si era mai visto nulla del genere. Ci ha salvato la domanda, che mai ha avuto un benché minimo segno di flessione. In questo modo siamo riusciti a trasferire l’aumento sul prodotto finito, difendendo la nostra marginalità. Rispetto allo scorso anno abbiamo migliorato i costi di trasformazione e contemporaneamente aumentato i volumi.

Quanto può durare una situazione così complessa?

Mi sono fatto l’idea che la domanda sia alta, ma allo stesso tempo l’offerta sia bassa a causa del fermo straordinario degli impianti per ristrutturazioni o per manutenzione. E questo agevola. Nel mese di giugno c’è stata una svolta importante, il costo del benzene è sceso a mille euro. E già sappiamo che con tutta probabilità a luglio si assesterà sui 900 euro. Credo che la situazione stia andando ad assestarsi.

Segnali di luce, presidente?

La domanda è effervescente e dal mio punto di vista i costi si stanno regolarizzando. La carenza di materia prima ci ha penalizzato ma anche aiutato perché ha permesso di trasferire i picchi lungo la filiera fino ad arrivare alla parte più bassa, con rincari al massimo del 20%.

Avete chiudo l’esercizio 2020 con un fatturato consolidato di oltre un miliardo, l’Ebitda in aumento del 4,4%, così come l’utile d’esercizio (+8,1%). È andata meglio del previsto.

Ad agosto è scattata la richiesta, con una marginalità interessante, che ha cambiato le carte in tavola. È partito tutto dalla Cina, con i tecnopolimeri per il settore dell’automotive, dell’elettrico e dell’elettronico; quindi si sono aggiunti gli Stati Uniti e il Sud America, poi è arrivata l’Europa. Abbiamo anche venduto prodotti che non avevamo messo a preventivo, soprattutto nell’area medicale, come i camici. Per ultimo l’investimento sulla macchina per realizzare il meltblown, con cui si produce il filtro per le mascherine; ora il nostro obiettivo è quello di entrare nel settore della filtrazione per l’automotive, dove già siamo presenti con i filati per pavimentazioni e con i tecnopolimeri che vanno a sostituire il metallo.

Il settore è in sofferenza per la carenza di microchip, che dall’Asia non arrivano. Anche qui è necessario accorciare la filiera?

Riportare all’interno dell’Europa alcune produzioni è auspicabile, almeno per alcuni settori strategici. Lo abbiamo visto con la pandemia, per il medicale. Ma non so quanta volontà ci sia di agire in quella direzione. Le imprese che rischiano vanno tutelate con regole precise. La filiera corta e il reshoring europeo hanno senso di esistere se poi nella pratica vengono messi paletti che dissuadono dal ribasso dei costi laddove non esiste qualità. Noi ci siamo, l’augurio è che ci sia anche una visione politica.

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