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Sui titoli di Stato rischio volatilità

Mario Draghi aveva messo in guardia il mercato, preannunciando un periodo di volatilità elevata e spiegando agli investitori che avrebbero dovuto necessariamente convivere con le crescenti oscillazioni dei titoli di Stato. Pochi però, anche fra gli operatori, si attendevano probabilmente un’ondata simile di turbolenza nello spazio di poche settimane: non soltanto un rendimento del Bund decennale passato da pochi centesimi fino a un punto percentuale, prima di ripiegare allo 0,83% di ieri, ma anche un ritorno delle tensioni sui «periferici» in nome di quell’avversione al rischio che pareva ormai dimenticata.
In effetti il presidente della Bce, nel suo ruolo istituzionale, poneva alla base delle proprie considerazioni i fondamentali macroeconomici (aspettative in rialzo su crescita e inflazione) e anche fattori tecnici determinati dallo stesso piano di riacquisti avviato dall’Eurotower (la scarsità dei titoli in circolazione). Ciò che sta all’origine dei movimenti più recenti, e per certi versi più drammatici, ha invece soprattutto natura politica e ha ovviamente a che fare con la crisi Grecia. È infatti a causa delle possibili conseguenze di un’uscita di Atene dall’euro che il mercato ha ripreso a penalizzare anche i titoli di Stato di Italia, Spagna e Portogallo nei confronti di quelli tedeschi: lo spread del BTp decennale è tornato sopra i 150 punti (non accadeva da novembre) quando tre mesi fa era addirittura scivolato a quota 88.
Più dei numeri, a spaventare sembra però essere la confusione che regna sovrana in queste ore al capezzale del «grande malato» d’Europa. «Quando la scadenza fatidica si avvicina e le dichiarazioni delle parti si susseguono in continuazione quasi senza un filo logico è davvero difficile prendere posizione», si lamentava ieri un operatore, notando sconsolato che «i grandi investitori si ritirano e la liquidità sul mercato, già ridotta per via degli acquisti Bce, si assottiglia ancora di più contribuendo ad aumentare le oscillazioni». Tradotto in soldoni, il messaggio per un risparmiatore è piuttosto chiaro: «Aspettare che le acque si calmino se si vogliono evitare rogne», anche perché con una situazione simile sono sufficienti poche sedute per bruciare le cedole che si riscuotono da un titolo di Stato in un anno, come dimostra l’articolo a fianco.
Volendo proprio azzardare qualche proiezione, anche indipendentemente dal caos greco sembra da escludere che si possano rivedere i livelli di marzo per il BTp. Qui però occorre anche fare qualche considerazione sul livello generale dei rendimenti, che da allora si è generalmente alzato, non poco e non soltanto in Europa. «Uno spread sotto i 100 punti base – sottolinea Guido Casella, responsabile obbligazionario di Azimut – poteva aver senso quando il tasso del Bund viaggiava a pochi centesimi, mentre ora che il rendimento di base dei titoli di Stato è salito per tutti non è più ipotizzabile».
Del resto qualche mese fa, in tempi non sospetti, Goldman Sachs aveva ipotizzato per fine anno uno scarto fra Italia e Germania di 70-80 punti nell’eventualità poi rivelatasi illusoria di una rapida soluzione del caso Atene. La stessa casa di investimenti statunitense aveva però avvertito che in caso di perdurante stallo, all’avvicinarsi del 20 luglio (la vera data cruciale, con la scadenza del prestito da 3,6 miliardi di euro da rimborsare alla Bce) lo spread di Italia e Spagna avrebbe potuto raggiungere quota 200-250: sembrava quasi un azzardo, ma visti i valori attuali non appare poi più un’ipotesi così lontana dalla realtà.
Anche lo scenario peggiore, quello dell’uscita della Grecia dall’euro (Grexit) che pareva poco più che uno spettro, non può più essere escluso e anzi guadagna in continuazione sostenitori all’interno della comunità finanziaria, piuttosto scettica fino a qualche giorno fa. Goldman a suo tempo paventava in questo caso addirittura uno spread a 350-400 punti: livelli non lontani dai picchi registrati durante la crisi del debito. «Rispetto ad allora – sottolinea però Casella – due elementi giocano a favore: l’Europa è in crescita, non in recessione, e la Bce è molto più presente con il quantitative easing e con in meccanismi di salvataggio». Almeno l’autunno caldo del 2011 sembrerebbe ancora fuori dai radar degli operatori.
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