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Sui Tango-bond è ancora battaglia

di Mara Monti

La storia infinita dei Tango bond ha scritto un altro capitolo. Mentre il Paese sta cercando di lasciarsi alle spalle uno dei periodo bui della sua storia, il giudice Thomas Griesa del Tribunale di New York riporta le lancette indietro di dieci anni, quando l'Argentina dichiarò il default congelando il pagamento delle sue obbligazioni vendute in tutto il mondo per 100 miliardi di dollari, di cui 14 miliardi finiti nei portafogli dei risparmiatori italiani. Un'esperienza rievocata in questi giorni, riportata alla memoria dalla vicenda della crisi greca. Con l'ordinanza depositata lo scorso 23 febbraio alla Corte del Southern district di New York, il giudice che già altre volte si è pronunciato sulle vicende sudamericane, ha intimato all'Argentina il pagamento delle cedole anche a chi non aveva aderito ai concambi del 2005 e del 2010, appellandosi al principio del pari passu, una sorta di parità creditoria. Tra questi ci sono, in prima istanza, coloro che si sono rivolti al giudice, finora una quindicina di investitori tra cui il fondo Nml Capital Ltd, controllato dalla società di investimento Elliott management, che secondo il quotidiano argentino La Nacion detiene 650 milioni di dollari tra titoli e interessi.

Nell'ordinanza di Greisa si fa riferimento anche alle parti coinvolte, banche e studi legali, che «hanno il divieto di effettuare un qualsiasi pagamento se contestualmente non dimostrano di avere in identica proporzione pagato anche gli altri obbligazionisti». All'Argentina è impedito anche di modificare, senza previa autorizzazione del Tribunale, le modalità di pagamento delle cedole, al fine di eludere l'ordinanza. La quale al momento è sospesa dato che l'Argentina è ricorsa in appello.

La decisione del giudice Greisa, che nel 2006 aveva tentato di congelare 100 milioni di dollari depositati dalla Banca centrale argentina presso la Federal Reserve Bank di New York, non ha lasciato indifferente il ministro dell'Economia di Buenos Aires, Herman Lorenzino, secondo il quale «l'ordinanza è irragionevole» e viziata «dalle pressioni dei fondi avvoltoio». Secondo il ministro argentino al momento «il pagamento delle cedole non verrà alterato perché l'ordinanza è sospesa in attesa del giudizio della corte di appello». Il prossimo pagamento delle cedole è previsto nel mese in corso, mentre ad agosto scadrà il Boden 2012 da 2,2 miliardi di dollari.

Dal default del 2002 a oggi il Governo argentino ha tentato due ristrutturazioni, pur rimanendo escluso dai mercati internazionali e dovendo affrontare l'arduo compito di rifinanziare il debito con le riserve di valuta estera della banca centrale quasi del tutto esaurite. Il primo swap è del 2005 e prevedeva che il 76% dei titoli oggetto di default fosse rimpiazzato da altri con un valore nominale molto più basso (25-35% dell'originale) e scadenze più lunghe. Nel 2008, il presidente Cristina Fernandez de Kirchner annunciò di avere allo studio una riapertura dell'accordo del 2005 così che anche il restante 24% dei vecchi proprietari di titoli argentini potesse aderirvi, accordo che venne concluso nel 2010. Con i due piani di concambio finora sono stati rimborsati tra i 30 e i 40 miliardi: nell'ultimo che si è chiuso lo scorso anno ha visto un'adesione del 60% dei risparmiatori italiani.
 

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