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Sui reati lo Stato fa cassa

Lo Stato fa cassa con i reati abrogati. E incassa due volte. Una volta con le spese del procedimento civile per il risarcimento che la parte offesa è costretta a fare se vuole tutelarsi; e un’altra volta incamerando la sanzione civile conseguenza dell’illecito. Se, poi, l’interessato non fa nulla e, quindi, rinuncia a far valere i propri diritti lo Stato, comunque, ottiene un risparmio di spesa per la mancata attivazione del procedimento penale. È l’effetto dello schema di decreto legislativo che abroga alcuni reati e introduce le sanzioni pecuniarie civili che potrebbe approdare oggi in consiglio dei ministri (si veda ItaliaOggi di ieri). Tra i reati abrogati si trovano alcuni reati che, saranno pure di offensività minima, ma coinvolgono la sfera individuale e personale e il bisogno di sicurezza di ogni individuo. Si pensi alle ingiurie e cioè alle offese all’onore al decoro di una persona anche con una e-mail o un sms o al danneggiamento di beni mobili. Per questi reati, oggi si può chiedere allo Stato di punire il colpevole e, nel processo penale, si possono chiedere i danni, morali e materiali. In sostanza l’autore dell’ingiuria si trova contro sia lo stato sia la persona offesa e rischia di sporcare la sua fedina penale. Può essere che proprio questi rischi attuali inducano gli autori dell’illecito a risarcire la persona offesa, che può contare sull’alleanza della pubblica accusa. Con il nuovo sistema il reato scompare e, quindi, scompare la pretesa punitiva dello stato, con l’effetto disincentivante che questo comporta.

Lo confermano i lavori preparatori che attestano senza problemi che «non vi è dubbio che la posizione dell’autore dell’illecito, in virtù del nuovo intervento normativo in esame, sarà di vantaggio perché la sanzione penale, anche quando è pecuniaria ovvero quantitativamente pari a quella civile, è accompagnata da un corredo di cosiddetti effetti penali della condanna che rendono di per sé maggiormente gravosa e stigmatizzante la situazione di chi si vede riconosciuto responsabile». Tocca, dunque, alla persona offesa prendere l’iniziativa e tutto si risolve su un piano pecuniario. Proseguendo nell’esempio, l’autore dell’ingiuria rischia di pagare i danni e rischia di pagare allo Stato una sanzione da 100 a 8 mila euro. Ci si chiede perché la sanzione civile deve essere pagata allo stato. Se lo è chiesto anche la relazione allo schema di decreto legislativo. La risposta è questa: i soldi vanno allo Stato in considerazione della funzione general-preventiva sottesa alla minaccia della sanzione pecuniaria civile e per questo appare incoerente che «del provento della sanzione debba beneficiare la persona offesa». Quindi siccome la prospettiva di pagare una sanzione civile è formulata affinché tutti desistano dal commettere l’illecito, allora è giusto che le somme vadano all’erario. Si potrebbe ribattere che l’effetto disincentivante dipende dal rischio di pagare, a prescindere dal destinatario del pagamento. Anzi può essere che la persona offesa sia più tenace nel recupero delle somme e che, proprio per questo la sanzione civile diventi più effettiva e concreta e, per questo, più disincentivante. Tra l’altro il decreto dovrebbe anche preoccuparsi di incentivare la persona offesa a promuovere l’azione di risarcimento del danno. Se la persona offesa rimane inerte, magari perché scoraggiata dai tempi e dai costi della giustizia civile, allora l’autore dell’ingiuria non subirà alcuna reazione e beneficerà di una sostanziale impunità. La persona offesa, oggi, magari si fa forza e va dalla polizia a sporgere una querela. Con il nuovo sistema deve, comunque, attivarsi con un legale, cominciare a pagare le spese di giustizia (contributo unificato, diritti), sobbarcarsi tutto l’onere probatorio. magari per ottenere pochi soldi di risarcimento.

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