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Sui licenziamenti si allontana l’ipotesi di un nuovo decreto

È sempre più probabile che non ci sarà alcun nuovo blocco – anche parziale – dei licenziamenti nell’industria e nell’edilizia. I partiti della maggioranza sono divisi; i sindacati chiedono una nuova proroga generalizzata fino ad ottobre che il governo, però, ha già detto di non voler concedere (ieri l’ha ribadito il ministro del Lavoro, Andrea Orlando); la Confindustria difende l’ultima soluzione adottata con il decreto Sostegni bis (fine del blocco per manifattura ed edilizia dal primo luglio, proroga invece per le piccole imprese fino ad ottobre), e senza un accordo solido condiviso da tutte le parti in causa Palazzo Chigi non farà nulla, nessun “decreto ponte”.Per ora ci sono solo posizioni distanti. E un segnale che la partita licenziamenti sta lentamente uscendo dall’agenda del governo è arrivato, implicitamente, anche ieri: nell’incontro a Palazzo Chigi sulla ripresa dell’economia, il premier Mario Draghi e il leader leghista, Matteo Salvini, non ne hanno neanche parlato. I tempi sono ormai strettissimi (entro la fine di giugno) e l’unico strumento per modificare la norma del decreto Sostegni bis può essere un altro decreto legge che recepisca un’eventuale intesa larghissima, in grado così di chiudere definitivamente la questione. Molto difficile che succeda.Dopo aver incontrato quasi tutti i partiti di maggioranza (lunedì sarà la volta di Forza Italia) oltre al presidente del Consiglio, Cgil, Cisl e Uil appaiono piuttosto rassegnate: tanto che hanno già convocato per sabato 26 giugno tre manifestazioni di protesta, a Torino, Firenze e Bari. Per colpa del Covid non saranno piazze piene (il prefetto di Firenze, per esempio, ha limitato la possibilità di partecipazione a sole duemila persone) e anche questo ridurrà comunque l’impatto politico dell’iniziativa.I leader sindacali spiegano che la mobilitazione è pure sulla riforma fiscale e quella del welfare, ma è chiaro che tutto nasce dall’impasse sui licenziamenti.I numeri diffusi ieri dall’Inps d’altro canto non tranquillizzano. Nel primo trimestre di quest’anno l’Istituto di previdenza ha registrato il 65% dei licenziamenti economici in meno sul 2020: 54 mila anziché 157 mila. Un crollo dovuto proprio al blocco che in Italia va avanti dal 23 febbraio 2020. Nell’intero 2019 c’erano stati 500 mila licenziamenti, l’anno scorso meno di 250 mila nonostante il divieto e per via delle deroghe di legge (cessazioni, fallimenti, accordi sindacali). Ecco spiegato il timore dei sindacati di uno “tsunami sociale”: il tappo potrebbe saltare. Negato però dagli industriali e mitigato da previsioni non drammatiche dell’Ufficio parlamentare di bilancio che parla di “solo” 70 mila esuberi dal primo luglio in poi.Il fronte dei partiti non sgonfia gli allarmi, in qualche modo anzi li alimenta e cavalca. Solo Pd, M5S e LeU hanno presentato emendamenti al decreto Sostegni bis per prorogare il blocco oltre il 30 giugno: il Pd selettivo al 30 settembre per i settori in crisi come il tessile, il M5S per tutti al primo settembre, LeU per tutti al 31 ottobre. Lega, Forza Italia e Italia Viva hanno invece rinunciato, preferendo schierarsi con la “soluzione Draghi”, ma pronti alla bisogna a sposarne l’eventuale “decreto ponte”. Se mai arriverà.

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