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Sugli onorari non si discute

Onorari dell’avvocato: il giudice non è tenuto a dare alcuna motivazione se l’importo è contenuto tra il minimo e il massimo della tariffa. È quanto emerge nella sentenza n. 22982/2013. Secondo i giudici della II Sezione civile della Cassazione infatti: «La determinazione degli onorari di avvocato costituisce esercizio di un potere discrezionale del giudice, che, se contenuto tra il minimo e il massimo della tariffa, non richiede specifica motivazione e non può formare oggetto di sindacato in sede di legittimità a meno che l’interessato specifichi le singole voci della tariffa che assume essere state violate».

Così argomentando, hanno quindi respinto il ricorso di un avvocato, il quale, in primo grado, aveva chiesto (e solo in parte ottenuto, vedendosi negare il riconoscimento dei maggiori importi dovuti dagli interessi moratori) ingiunzione di pagamento a titolo di compenso per le prestazioni professionali rese al Comune: in particolare, tra i motivi di censura il legale lamentava la violazione dell’art. 115 c.p.c. per avere il tribunale riconosciuto come «non dovuti i diritti indicati nel provvedimento impugnato, voci peraltro disconosciute senza articolare una puntuale motivazione».

Anche in sede di legittimità, tuttavia, il motivo è stato ritenuto «privo di pregio» e dunque respinto: è sul ricorrente – spiegano all’uopo gli ermellini – che ricade «l’onere dell’analitica specificazione delle voci della tariffa professionale che ritiene violate e degli importi considerati, al fine di consentire il controllo [_] senza bisogno di procedere alla diretta consultazione degli atti» e questo anche perché l’eventuale violazione delle tariffe professionali integrerebbe un’ipotesi di error in iudicando e non in procedendo.

Il tribunale avrebbe, dunque, correttamente motivato le proprie determinazioni «sia indicando le voci della parcella da escludere sia provvedendo alla liquidazione del compenso».

Quanto, poi, al problema degli interessi, il collegio giudicante ha avuto modo di precisare che il debitore può essere ritenuto in mora solo a seguito di liquidazione, la quale «avviene con l’ordinanza che conclude il procedimento» (ex art. 28, legge 794/1942).

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