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Sugli accordi di libero scambio in arrivo l’intesa Londra-Ue

Come spesso in campo europeo, anche le trattative tra Londra e Bruxelles sul divorzio della Gran Bretagna dall’Unione sono segnate da tensioni dell‘ultimo minuto. Ieri le parti hanno trovato una intesa sulla dichiarazione politica relativa al futuro della loro relazione che andrà allegata all’accordo di recesso. Restano aperte, tuttavia, alcune questioni a tre giorni da un vertice durante il quale i Ventisette saranno chiamati a dare la loro approvazione ai due documenti.
Il testo della dichiarazione politica, trasmesso ieri ai paesi membri dai negoziatori, è lungo 26 pagine. A grandi linee, stabilisce che il rapporto tra il Regno Unito e l’Unione europea sarà assimilabile a un accordo di libero scambio, «privo di tariffe, tasse, oneri e restrizioni quantitative». Il partenariato – «ambizioso, ampio, profondo e flessibile» – sarà negoziato nel periodo di transizione (marzo 2019-dicembre 2020, eventualmente allungabile al dicembre 2022) durante il quale il Regno Unito sarà fuori dall’Unione, rimanendo però membro di fatto.
La dichiarazione politica, non vincolante da un punto di vista giuridico, è relativamente dettagliata e soprattutto copre molti ambiti: dal commercio di beni alla cooperazione tra polizie, dalla protezione dei dati alla circolazione senza visto delle persone, con l’obbligo inglese di dare a tutti gli europei gli stessi diritti. In filigrana, emerge il potere contrattuale dei Ventisette rispetto al Regno Unito, che da solo poco ha potuto fare per strappare particolari concessioni.
Memori della soluzione per risolvere le controversie trovata con la Svizzera, che prevede un negoziato tra diplomatici dagli esiti spesso insoddisfacenti per l’Unione, i Ventisette sono riusciti a ottenere la nascita di un comitato congiunto, che nel caso non riuscisse a risolvere la questione trasmetterebbe il dossier a un collegio arbitrale, dalle decisioni vincolanti. Tutte le volte in cui la questione riguarda una interpretazione del diritto comunitario, sarà interpellata la Corte europea di Giustizia.
Sempre nella dichiarazione politica è scritto che «il Regno Unito valuterà di allinearsi alle regole dell’Unione nei settori importanti». Il riferimento riguarda il commercio dei beni, ma c’è da chiedersi quanto l’impegno possa essere accettabile per i brexiteers più accesi. Ieri, a Londra, la premier Theresa May ha dovuto fare i conti con le critiche dei suoi oppositori. Infine, sul fronte finanziario, il rapporto con Londra si baserà sul negoziato di specifiche equivalenze.
In questo contesto, a complicare le cose è la posizione spagnola. Madrid vuole certezze per evitare che la questione del rapporto tra Gibilterra e l’Unione venga inclusa nelle trattative sull’accordo di partenariato. La Spagna non riconosce la sovranità del Regno Unito sul promontorio, tanto che il governo Sanchez è pronto a bloccare l’approvazione del pacchetto domenica, quando i leader si riuniranno qui a Bruxelles per fare propri dichiazione politica e accordo di recesso.
Altro tema su cui ieri i diplomatici avevano trovato una prima intesa è quello della pesca. Londra e Bruxelles dovranno negoziare nella loro futura relazione un accordo che permetta ai Ventisette l’accesso alle acque inglesi e al Regno Unito l’accesso al mercato europeo. La Francia e altri paesi hanno chiesto di precisare con una dichiarazione a 27 i punti fermi europei nel futuro negoziato. Prima di giungere sul tavolo dei capi di Stato e di governo, il pacchetto negoziato negli ultimi 17 mesi verrà valutato oggi da un ennesimo gruppo di lavoro a livello diplomatico. L’obiettivo è di evitare che nel vertice di domenica vi sia una sessione di negoziato tra i leader.

Beda Romano

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