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Sud, sette anni di recessione

Con un pesante -1,5% il Sud si avvia al settimo anno consecutivo con il Pil in territorio negativo. La previsione della Svimez, contenuta nel Rapporto 2014, ribadisce una difficoltà cronica per le regioni meridionali che si può declinare in tante varianti: occupazione, consumi, investimenti, attività industriale, nuova migrazione.
Giù benessere e occupazione
Nel 2013, secondo le stime Svimez, il Pil è diminuito del 3,5% al Sud a fronte di un calo nazionale dell’1,9 per cento. Nel 2014 la forbice tra questi due dati si ridurrà solo parzialmente, con il -1,5% del Mezzogiorno da confrontare con il -0,4% nazionale. E, in base alle previsioni, anche il 2015 potrebbe chiudersi in negativo. Tutti i possibili punti di vista sullo stato di salute dell’economia meridionale convergono nella stessa direzione, con risultati macroscopici lungo l’intero arco della crisi 2008-2013: i redditi sono calati del 15%, i consumi del 13%, il settore manifatturiero ha bruciato il 27% del proprio prodotto e visto volatilizzarsi oltre il 50% degli investimenti. Solo ombre sul bilancio dell’occupazione: 583mila persone hanno perso il posto di lavoro in cinque anni e solo nell’ultimo anno di rilevazione – tra il primo trimestre del 2013 e il primo del 2014 – l’80% dei posti sfumati a livello nazionale appartengono al Sud a fronte di una quota di occupati pari a circa un quarto dell’occupazione complessiva. La nuova flessione riporta il numero degli occupati nel Mezzogiorno per la prima volta nella storia a 5,8 milioni, sotto la soglia psicologica dei 6 milioni, il livello più basso almeno dal 1977 (anno da cui sono disponibili le serie storiche sui dati).
L’assenza di opportunità occupazionali ha moltiplicato il numero delle famiglie al di sotto della soglia di povertà, passate in sei anni da 443mila a 1 milione e 14mila, il 40% in più nell’ultimo anno. Ma ha anche alimentato la nuova migrazione dal Mezzogiorno verso le regioni settentrionali, quantificata in 116mila abitanti nel 2013, prevalentemente giovani: un fenomeno che ha effetti a cascata anche sull’andamento demografico che per il secondo anno consecutivo vede il numero dei morti superare quello dei nati (si era verificato solo nel 1867 e nel 1918).
L’industria che scompare
«Desertificazione» è, ancora una volta, il vocabolo prescelto dalla Svimez per descrivere la condizione in cui anno dopo anno sta scivolando l’industria meridionale. L’industria italiana in senso stretto nel 2013 ha visto il valore aggiunto contrarsi del 3,2%, come risultante del -2,7% del Centro-Nord e del -6,5% del Sud. Restringendo ulteriormente l’osservazione, nel 2013 la quota del valore aggiunto manifatturiero sul Pil è stata pari al 9,3% nel Mezzogiorno, a distanze enormi sia dal 18,6% del Centro–Nord sia dal 20% fissato a livello europeo come obiettivo cui tendere entro il 2020. Una «débacle» – incalza la Svimez – l’andamento dell’occupazione nel manifatturiero, con il 20% degli occupati persi tra il 2009 e il 2013, in pratica oltre 165mila posti di lavoro. Proprio dall’industria muove il mix di proposte della Svimez per tentare di accorciare le distanze con il Centro–Nord. «Una politica industriale adeguatamente articolata a livello territoriale e regionale» può rappresentare una prima risposta, destinando ad esempio alle Pmi meridionali «una quota prefissata degli interventi del Fondo italiano di investimenti» oppure introducendo «misure di fiscalità di vantaggio per gli investimenti soprattutto esteri».
Non mancano, nel documento Svimez, idee ritagliate su singole aree territoriali. Come il varo di «un grande progetto per Napoli basato sulla valorizzazione del giacimento di energia geotermica presente nel sottosuolo» per migliorare l’efficienza energetica degli edifici e avvantaggiare intere filiere industriali “verdi”.

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