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Sud peggio della Grecia,uno su tre quasi povero, tsunami demografico

Se l’Italia non sta bene il Sud sta decisamente peggio. Colpa della crisi, certo, ma l’origine dei mali è molto più lontana. Basta far riferimento all’avvento dell’euro – per esempio – per vedere che l’intero Paese, negli ultimi quindici anni è cresciuto poco e male. Ce lo fa notare l’ultimo bollettino della Banca centrale europea: l’Italia, tra gli Stati che hanno adottato la moneta unica fin dall’inizio, è quello che ha ottenuto «i dati peggiori in termini di convergenza sul Pil pro capite». Eravamo partiti bene, sottolinea la Bce, in linea con la parte alta della classifica, siamo scivolati giù aumentando le distanze con la fascia Ue a reddito più elevato. Ma non basta, perché all’interno di questo quadro generale negativo, metà Paese sta andando letteralmente «alla deriva», marciando a passo veloce verso «l’arretramento» . Qui a parlare sono le anticipazioni sull’ultimo rapporto Svimez, che usa queste drammatiche espressioni per descrivere la condizioni del Sud.
Quella Meridionale è una questione mai risolta, spiega l’associazione, e che nemmeno ora pare si voglia affrontare. I dati del declino sono tutti espliciti, ma ce n’è uno che più di tutti rende la gravità del caso. Fra il 2000 e il 2013, l’Italia – come sottolineato anche dalla Bce-ha fatto poco. Il Pil nazionale è aumentato solo del 20,6 per cento. Ma nelle regioni del Mezzogiorno non siamo andati oltre il 13 per cento, metà di quanto fatto dalla Grecia (più 24 per cento considerato l’intero periodo, con una buona fase iniziale che ha in parte ammortizzato le ultime performance).
L’Italia, dunque, è un Paese sempre più diviso e diseguale: nel 2014, per il settimo anno consecutivo, il Pil del Mezzogiorno ha chiuso con un segno meno (1,3 per cento, rallentando la caduta dell’anno precedente, meno 2,7). Il divario fra il Pil pro capite fra Centro- Nord e Sud, lungi dal ridursi, ha toccato la quota record del 53,7 per cento, la più alta degli ultimi quindici anni. Nel 2014 il 62 per cento dei meridionali ha guadagnato meno di 12 mila euro (nel Centro-Nord il 28,5). Una persona su tre è a rischio povertà, la proporzione al Nord è una su dieci. Negli anni della crisi (2008-2014) i consumi delle famiglie sono crollati del 13 per cento. Quelli in cultura e istruzione del 18,4 : tre volte in più rispetto al già grave meno 5,5 per cento del resto del Paese. Declino sociale e produttivo vanno di pari passo: gli investimenti dell’industria in senso stretto sono precipitati del 59 per cento (meno 17 al Centro Nord)lasciando sempre più spazi al sommerso e all’economia criminale. «E’ ormai forte il rischio di desertificazione » avverte la Svimez.
Drammatici i dati sul lavoro e sulla demografia: nel Sud pur essendo presente solo il 26 per cento degli occupati, si è concentrato il 70 per cento dei posti falcidiati dalla crisi. L’occupazione è tornata ai livelli del 1977, quarant’anni fa: il 56 per cento degli under 24 è senza lavoro. Fra quelli che lo avevano, molti lo hanno perso: il 32 per cento degli under 35 lo ha sacrificato alla crisi (622 mila posti in meno in sette anni). Fra le donne della stessa fascia d’età, solo una cinque lavora. Ma niente reddito, niente figli: le nascite sono ai minimi da 150 anni a questa parte. Nel 1862, nelle regioni meridionali ci furono 391mila nascite, l’anno scorso solo 174 mila «Uno tsunami dalle conseguenze imprevedibili, il Sud destinato a perdere 4,2 milioni di abitanti nei prossimi cinquant’anni ». È impossibile che il Paese possa agganciare la crescita senza una seria politica sul Mezzogiorno, avverte il presidente della Svimez Adriano Giannola. «Eppure il faro non si è ancora acceso». Il governo, chiede, «non deve rinunciare al suo ruolo di regista». La Svimez, a saldi invariati, presenta all’esecutivo due proposte: creare nel Mezzogiorno delle Zes (zone economiche speciali) a tassazione agevolata che possano favorire il ritorno dell’industria. E far sì che le imprese del Sud, per coprire i «buchi» della sanità, non siano penalizzate sull’Irap. Entrambe le proposte, sottolinea, potrebbero essere finanziate con i Fondi europei.
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