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Sud Europa, spread a livelli pre-crisi

Li chiamavano «Pigs». «Maiali». Sono stati l’epicentro della crisi europea tra il 2010 e il 2012. Ma ora Portogallo, Irlanda, Italia, Spagna (e persino la Grecia) sembrano essere diventati l’oggetto dei desideri degli investitori. E ormai nessuno più li chiama «Pigs». Emblematico il caso dell’Irlanda. Il Paese, appena uscito dal programma di aiuti internazionali da 67,5 miliardi, ieri ha infatti emesso un titolo di Stato decennale da 3,75 miliardi di euro: sebbene il bond offrisse uno smilzo rendimento del 3,5% (minimo dal 2006), nulla a che vedere con il 14,49% toccato nel 2011, dagli investitori è arrivata una domanda quattro volte superiore all’offerta. Ben 14 miliardi di euro.
Ma tutti gli ex «Pigs» sembrano essere diventati il chiodo fisso degli investitori: i rendimenti dei loro titoli di Stato, e anche gli spread rispetto ai Bund tedeschi, sono infatti tornati sui livelli pre-crisi. Lo spread Irlanda-Germania ieri è sceso a 137 punti (non accadeva dall’aprile 2010), quello della Spagna è andato a 191 punti (minimo dall’aprile 2011), quello del Portogallo a 346 (record da fine 2010) e quello dell’Italia a 198. Persino i bond della Grecia sono tornati nelle grazie degli investitori: i decennali ieri rendevano il 7,8%. Livello che non si vedeva dal 2010. I motivi di tanta grazia sono in parte esogeni. Ma anche interni ai vari Paesi. Eccoli.
I motivi esogeni
Innanzitutto nessuno più percepisce il rischio di distruzione dell’euro. Esiste un indice, elaborato dalla Bce, che misura il rischio «sistemico» del Vecchio continente. Ebbene: oggi quota a 0,05, mentre a fine 2011 stava a 0,65. Questo ha fatto tornare agli investitori la voglia di comprare «Pigs»: prima fuggivano dai loro titoli di Stato nel timore di vederseli rimborsare in nuove lire, pesetas o dracme. Ora tornano. Di corsa.
La seconda ragione è legata alla cosiddetta «ricerca di rendimento». In un mondo finanziario dove molti titoli di Stato offrono rendimenti troppo bassi, gli investitori hanno la necessità di comprare qualcosa che offra loro tassi d’interesse più remunerativi: in un contesto di euforia generale, i titoli dei Paesi periferici sono dunque perfetti. Questo fa calare i loro rendimenti. Con la conseguenza di rendere più sostenibili i conti pubblici di questi Paesi, riducendo ulteriormente il rischio. «Il circolo vizioso – scrivono gli analisti di Morgan Stanley – è diventato virtuoso».
I motivi interni
Per di più i Paesi periferici hanno – chi più chi meno – fatto varie riforme. Quello dell’Irlanda, che Rbs definisce «la prima della classe», è il caso più eclatante. Dopo essere stato salvato nel 2010, il Paese ha attuato correzioni nel bilancio pubblico pari al 18% del Pil. È anche riuscito a invertire il trend del mercato del lavoro: se durante la crisi in Irlanda venivano distrutti 1.600 posti di lavoro ogni settimana – secondo i dati del Governo di Dublino –, ora ne vengono creati 1.200. Il tasso di disoccupazione è ancora altissimo (al 12,5%), ma è sceso dal 15% toccato due anni fa. E il Pil cresce. Così l’Irlanda a dicembre è uscita dal piano di aiuti. E i suoi bond attirano 14 miliardi di ordini.
Anche Spagna e Portogallo, seppur ancora zoppicando, hanno fatto un po’ di progressi. «Madrid sta beneficiando dell’andamento sorprendente dell’economia, guidato dalle esportazioni – osserva l’economista di Intesa Sanpaolo Luca Mezzomo –. La Spagna attira investimenti esteri diretti anche perché durante la crisi non ha aumentato la pressione fiscale». E qui si trova uno dei punti dolenti dell’Italia, i cui titoli di Stato hanno registrato la performance meno brillante: la tassazione. In Italia la pressione fiscale sulle imprese è al 65,8% degli utili (dato World Bank), contro il 42,3% del Portogallo, il 58,6% della Spagna e il 25,7% dell’Irlanda. Per di più l’Italia è percepita un po’ più lenta nelle riforme strutturali. Ecco perché Spagna e Irlanda, in un contesto di euforia generale, ci battono.
Gli economisti sono convinti che la festa durerà. Che gli spread scenderanno ancora. Eppure i rischi non mancano. Perché questi Paesi hanno ancora tante riforme da fare. Perché la disoccupazione è ancora alta. Perché le tensioni sociali (che potrebbero manifestarsi anche alle elezioni europee) crescono. Perché lo spettro della deflazione incombe. Perché l’euforia che circonda tutti i mercati puzza troppo di bolla.

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