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Subprime, JP Morgan sotto accusa

Le autorità americane stringono d’assedio le banche sospettate di responsabilità nel tracollo dei mutui e nella crisi finanziaria, pronte a far scattare nuove cause per danni da decine di miliardi di dollari. E il primo istituto nel mirino, segno che le authority fanno sul serio, è anche il più prestigioso: JP Morgan. Già reduce da uno scandalo nei derivati costato quasi sei miliardi, adesso è stato coinvolto nelle perdite sofferte degli investitori sui subprime: il procuratore generale dello stato di New York, parte d’una task force creata dal presidente Barack Obama con l’obiettivo di combattere cartolarizzazioni-truffa, ha presentato ricorso contro l’istituto per titoli emessi da Bear Stearns, l’investment bank fallita e acquistata dal gruppo guidato da Jamie Dimon. JP Morgan ha respinto ogni addebito, ma sono anche affiorate le stime di possibili accordi: gli analisti di Portales Partners hanno calcolato un risarcimento da tre miliardi, senza contare i costi di protratte battaglie legali.
Il caso va però ben oltre JP Morgan: dovrebbe ispirare una crociata a Wall Street dell’intero Residential Mortgage-Backed Securities Working Group, che da gennaio al fianco di organismi statali schiera il Dipartimento della Giustizia, la Sec, il ministero dell’Edilizia e il fisco. Suoi funzionari hanno indicato che daranno seguito all’azione inaugurale con interventi contro altri sponsor o sottoscrittori di titoli garantiti da mutui residenziali, respingendo ipotesi di manovre lanciate ad arte sotto le elezioni. «Sarà il modello per future iniziative – ha detto ieri l’Attorney General di New York e co-presidente della task force, il democratico Eric Schneiderman –. Per assicurare giustizia a investitori e proprietari di case».
Gli investitori sarebbero stati ingannati sui rischi di titoli emessi e collocati anzitutto nel 2006 e 2007, un “inganno” che avrebbe causato loro perdite per 25,5 miliardi su oltre cento operazioni, pari a più di un quarto del valore iniziale. Un passivo “monumentale”, frutto del «sistematico abbandono di linee guida nella sottoscrizione». E che potrebbe salire ancora: dal 2003 al suo crack Bear Stearns ha “impacchettato” ben 212 miliardi in titoli e le autorità sostengono che sapeva o avrebbe dovuto sapere che i sottostanti mutui erano a forte probabilità di default.
Schneiderman non ha chiarito l’ammontare dei danni chiesti ora a JP Morgan, che ha rilevato Bear Stearns nel 2008 d’intesa con l’amministrazione allora impegnata a tamponare la bufera sui mercati. Da quei giorni di paura, però, le autorità sono state criticate per le scarse incriminazioni scaturite dalla crisi. Spesso anche i ricorsi per danni languono, facendo temere che le violazioni cadano in prescrizione. Gli azionisti sono di recente riusciti a strappare 2,34 miliardi a Bank of America, per aver occultato le condizioni finanziarie durante la sua acquisizione di Merrill Lynch. Altrove le offensive di investitori o organismi di vigilanza non hanno invece sortito esiti: è dal 2011 che le authority immobiliari della Fhfa si sono mosse contro 17 grandi banche sospettate di aver venduto 196 miliardi in prestiti immobiliari fallaci a Fannie Mae e Freddie Mac, enti ora nazionalizzati.
JP Morgan ha affermato che contesterà le accuse per Bear Stearns. «Siamo delusi che il procuratore abbia deciso di procedere senza darci l’opportunità di rispondere», spiega un portavoce. «L’azione è relativa all’operato di Bear Stearns, acquisita nel corso d’un fine settimana su richiesta del governo – aggiunge – Si riferisce solo alla condotta passata di quella società». JP Morgan ha tuttavia assicurato che «coopererà con il Working group». La procura, di sicuro, fa leva su e-mail compromettenti di ex dipendenti di Bear Stearns. Una cartolarizzazione viene definita un «sacco di m…». E per facilitare il ricorso Schneiderman ha invocato una legge statale, il Martin Act, che nello stabilire colpe non prescrive l’intento di truffare gli investitori.

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