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«Subito uno stimolo agli investimenti»

Mario Draghi sceglie la Grecia per spingere ancora una volta i governi europei a rilanciare gli investimenti, ancora più efficaci se coordinati a livello di eurozona, per stabilizzare gli choc macroeconomici e impedire il ripetersi di una nuova crisi nella zona euro, che ebbe origine ad Atene, per poi contagiare i Paesi più fragili, Italia inclusa.

La diagnosi di quello che bisogna fare è chiara. La politica monetaria ha fatto la sua parte e continuerà a farlo. Ma ora tocca ai governi intervenire, anche per diminuire gli effetti indesiderati della politica monetaria ultra accomodante. E’ la sintesi del lungo discorso del presidente della Bce, che dopo 8 anni turbolenti, a fine mese lascerà il posto alla francese Christine Lagarde, ex numero uno del Fmi. Ma, sottolinea Draghi, è «essenziale una azione efficace e tempestiva». E insieme a più investimenti, chiede il completamento dell’unione bancaria con la creazione di un’assicurazione unica sui deposti, e una maggiore convergenza delle economie, con quello che chiama uno strumento di bilancio per la convergenza e la competitività.

«I politici hanno la responsabilità di imparare le lezioni del passato» e di «evitare i rischi prevedibili, cambiando oggi le loro politiche», dice Draghi. I passi più importanti? Approfondire il sistema di assicurazione pubblica, attraverso il completamento dell’Unione bancaria, e rafforzare dell’unione fiscale. «Non equivale a creare una transfer unione», trasferimenti permanenti d risorse tra gli Stati, sostiene Draghi. Ma si tratta di forgiare un’eurozona, nata incompleta, in cui ci sia meno condivisione del rischio pubblico in futuro», perché sono stati messi in atto gli strumenti per stabilizzare le crisi in modo più veloce.

Alle critiche per l’ulteriore taglio dei tassi negativi sui depositi (ora a -0,5%) e la ripresa del programma di acquisti di tioli da novembre, Draghi replica così: «Se i governi vogliono vedere un’uscita più veloce dalle politiche anti-convenzionali, è nel loro interesse allinearsi alla politica monetaria. Ma non è quello che abbiamo visto finora», dice Draghi. I numeri. Dal 2009 al 2018, il saldo primario, corretto per il ciclo medio, è stato di -5,7% sul Pil per il Giappone, di -3,6% per gli Usa, ma di +0,5% per l’area euro. In tutti i maggiori Paesi della zona euro, gli investimenti pubblici netti sono stati «sostanzialmente pari a zero». Anche la quota di investimenti produttivi sono caduti quasi ovunque dall’inzio della crisi, afferma Draghi. Secondo i modelli della Bce, se un’economia come quella tedesca aumentasse gli investimenti produttivi dell’1% per 5 anni, il Pil sarebbe più alto del 2%, e anche gli investimenti privati più alti del 2%. Draghi si rivolge anche ai Paesi più indebitati, come l’italia. «Se abbinassero gli investimenti pubblici a riforme strutturali, un indebitamento più alto creerebbe meno incertezze sulla sua sostenibilità».

Giuliana Ferraino

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