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“Subito data e regole del congresso poi deciderò se candidarmi stavolta non mi faccio fregare”

FIRENZE — «Epifani fissi la data del congresso». Niente scherzi però: «Stavolta non mi faccio fregare, prima le regole ». Intervistato nel giorno di chiusura della “Repubblica delle Idee” dal vicedirettore Massimo Giannini e da Claudio Tito, in un salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio stracolmo, il sindaco di Firenze Matteo Renzi parla della sua ormai vicina candidatura alla guida del Pd. Parla del governo Letta. E di cosa è e dovrebbe essere oggi la sinistra.
Sindaco Renzi, se il governo dura lei può rischiare di perdere il treno per Palazzo Chigi. Che intende fare?
«Perdo il treno? No, perché io faccio il sindaco un mestiere bellissimo che non cambierei mai, se non per cambiare l’Italia. Oggi si è riaperta la partita e la chiave è il Pd: caro Epifani, devi fissare la data del congresso. Leggo che forse si fa a febbraio, forse si cambiano le regole. Non scherziamo. Per statuto entro il 7 novembre devono esserci assemblea e segretario nuovo. Ci sono due date: il 3 novembre oppure il 27 ottobre. Epifani decida: noi ci teniamo liberi e poi vediamo. Stavolta non mi faccio fregare, prima si fanno le regole e poi dico se mi candido».
Lei dice prima le regole.
«Sì, pare che vogliono mettere Nico Stumpo a decidere le regole. Spero sia una battuta, sarebbe come mettere Dracula presidente dell’Avis. Le regole le abbiamo fatte l’altra volta».
Ma se le regole fossero condivisibili, lei si candiderebbe?
«La discussione è su che partito vogliamo. Se il Pd concepisce se stesso come strumento burocratico a servizio di una classe dirigente, che è quella che già c’è, o se invece riesce a risvegliare la speranza per gli italiani».
Non lo può fare un segretario di transizione?
«Il segretario fissi la data, le regole e io poi dico cosa faccio. Io ho fatto una battaglia con le primarie per smuovere le acque, stavolta però non faccio battaglia in solitario, io contro tutti. Non voglio questo adesso: se nel Pd monta la richiesta di cambiare davvero l’Italia allora ci rifletteremo».
Resta l’impressione di un dualismo tra lei e “loro”, che il Pd sia per lei una sorta di taxi. È così ?
«Un pezzo di Pd aveva chiesto che nella rosa dei nomi da portare a Napolitano ci fosse anche il mio nome. Poi è andata in altro modo, è arrivato il veto di Berlusconi e in quel momento ho sentito un Pd meno ostile di prima. Se è ancora ostile lo vedremo al congresso. Ma ora il Pd già sta cambiando: i sindaci che vincono in Veneto e anche in Lombardia…».
E a Roma?
«Ho fatto campagna per Marino. Il punto è capire se il Pd vuole essere un partito di correnti o dei nativi democratici. Vorrei discutere di cos’è oggi la sinistra, senza che ci si scandalizzi del pranzo con Briatore o del giubbotto di pelle».
Lei ha ascoltato Letta qui a Firenze, cosa non le è piaciuto?
«Sono amico personale di Letta e lo stimo molto. Enrico è proprio bravo. Poi, poveretto, deve governare con Brunetta e Schifani, io non sarei bravo come lui, io non ne sarei capace. Mi convince moltissimo quando parla di Europa: il semestre di presidenza italiana è una grande occasione per la nuova Europa. È meno convincente sul modello di riforma dello Stato. Ha spiegato perché fare la commissione dei 40 per superare il bicameralismo perfetto ma vedo il rischio di una commissionite. C’è bisogno di fare una commissione per fare legge elettorale? ».
Lei e Letta avete due prospettive divergenti, lei ha bisogno di tornare presto al voto, Letta di durare. Come si conciliano?
«Non è che c’è bisogno di andare a votare. Ma questo governo dove tutti stanno insieme non aiuta il bipolarismo. Anche Letta dice che non è il governo per cui aveva lavorato. È necessario riformare le regole del gioco. E se il governo fa le cose, va avanti. Se no va a casa».
Quanto tempo serve per fare le cose?
«Non si deve pensare al tempo e poi metterci dentro le cose. C’era bisogno di fare una commissione per riformare la burocrazia? Continuiamo con le Province o semplifichiamo? Il governo deve dare una prospettiva sulle
cose da fare. Se Letta cambia il Paese io sto con Letta. Non ho un’ambizione che passa sopra l’ambizione di cambiare le cose».
Letta dice che Berlusconi non detta l’agenda, è d’accordo? E il governo sta vivacchiando?
«Se il Pd si mette in moto, dà energia e stimoli, il governo non vivacchia. Sull’Imu è evidente che ha vinto Berlusconi. In campagna elettorale tutti nel Pd erano contrari. Ma se sei in un governo di larghe intese devi fare contento anche l’altro. Il Pd però rilanci su qualcosa di nostro. Leggo invece che Epifani chiede a Berlusconi due anni di vita per il governo. Ma il Pd non deve chiedere 2 anni per piacere a Berlusconi. Letta è la persona più indicata, il Pd gli dia una mano».
Il Pd è a trazione democristiana? Cambierebbe nome al Pd?
«Nel modo più assoluto non cambierei nome. Per me il Pd è quello dei Kennedy e di Clinton. Quando al Pd a trazione democristiana, toglierei la parola “trazione” perché vedo il rischio di un immobilismo democristiano».
Che significa per lei essere di sinistra? Con quali valori?
«I valori sono quelli tradizionali. Il punto è come li persegui. L’eguaglianza, in un mondo sempre più diseguale, è un grande principio. L’egualitarismo ha però a volte messo fuori il merito. Mentre invece l’eguaglianza deve essere il punto di partenza, non il punto d’arrivo. Una parte del sindacato in Italia è più orientata ad ascoltare privilegio dei pochi che le esigenze di tutti. È una parte del sindacato che deve essere cambiata».
Ma la sinistra non può stare con i lavoratori dell’Ilva e andare a cena con David Serra o a pranzo da Briatore? Cosa poteva mai suggerirle uno come Briatore?
«Qui si gioca uno dei temi di fondo per capire se la sinistra vincerà le elezioni. La sinistra deve esserci a Taranto, ma cosa ha fatto in tutti questi anni? La sinistra è quella che va a dire ai lavoratori del Sulcis siamo con voi o che vi daremo futuro ma il carbone di Mussolini non ha più senso? La finanza? Se non si vendono i prodotti finanziari non si pagano gli stipendi pubblici. La finanza di per sé non è né buona né cattiva».
Però quella era cattiva, era la finanza delle società off-shore.
«Bisogna conoscerlo Davide Serra (il finanziere che organizzò la cena milanese per Renzi, ndr), con i soldi della finanza ha creato un orfanatrofio in Tanzania. Sono stato dipinto come un golden-boy della finanza, io che sono uno scout cattolico di Rignano. C’è una certa sinistra che pensa che non si deve andare a pranzo con Briatore o ad Arcore. Ma ci si deve immischiare nella politica, come dice Papa Francesco, basta essere coerenti con i propri valori. Con la logica del nemico, il nemico ci ha sempre fregato».
Lei dice di voler mandare Berlusconi in pensione e non in galera. Ma Berlusconi impersona anche un colossale conflitto d’interessi, non ritiene di essere su questo più incisivo?
«Volete chiedere conto a me perché in 20 anni quelli di prima non l’hanno fatta? Vogliamo dire il 99% dei magistrati sono persone per bene ma quel 99 è sconfessato dagli atteggiamenti alla Ingroia che va in Guatemala, torna, si candida e prende lo zero virgola, poi va ad Aosta e si mette in ferie. È uno degli spot a favore di Berlusconi. La vera domanda è come è stato possibile, di fronte al fallimento di Berlusconi, che la sinistra non sia riuscita a vincere».
Se lei fosse in Senato voterebbe l’ineleggibilità di Berlusconi?
«No, perché dovevamo farlo subito. Non è che dopo 19 anni che ti batte ti inventi il giochino per tenerlo fuori dal parlamento. Noi vinceremo quando vinceremo le elezioni, non quando squalificheremo gli altri».
Berlusconi senatore a vita?
«No, sarebbe incomprensibile. Il senatore a vita è quello che rende il Paese più unito».

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