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Su Tim interviene la Consob brasiliana

Tim Participaçoes – holding locale di Tim Brasil – «non è a conoscenza di nessun accordo, negoziazione o proposta riguardante la società e le altre società menzionate nella nota» pubblicata da Bloomberg che riferiva di un’offerta allo studio da parte di Oi, Claro (del gruppo di Carlos Slim) e Telefonica che avrebbe valutato la controllata carioca di Telecom Italia 15 miliardi di dollari, l’equivalente di 12 miliardi di euro. La precisazione è arrivata ieri su sollecitazione della CVM (la “Consob” brasiliana) all’indomani delle indiscrezioni rilanciate dall’agenzia internazionale che avevano provocato movimenti anomali sul titolo. La stessa Cvm, nella richiesta di informazioni che potessero giustificare le oscillazioni di Borsa, ha allegato uno specchietto dettagliato dei movimenti di prezzo e scambi a partire dal 27 novembre fino a mercoledì, quando appunto le azioni di Tim Part – sulla scorta della ventilata offerta – hanno preso il volo, sono state sospese per eccesso di rialzo, e hanno chiuso alla fine in progresso del 14,34%. Di riflesso Telecom a Piazza Affari ha aperto la seduta in rialzo di oltre il 5% per poi chiudere a 0,94 centesimi (+2,06%), mentre in parallelo il titolo Tim Part si sgonfiava del 3% in Brasile in scia alla comunicazione sollecitata dalla Cvm.
A furia di gridare “al lupo, al lupo”, è anche possibile che il lupo arrivi prima o poi. Ma al momento non sembrano essercene le condizioni. Non solo perchè un’offerta da 12 miliardi per Tim Brasil, che valuterebbe 8 miliardi il 67% detenuto da Telecom Italia, non sarebbe presa in considerazione. L’amministratore delegato Marco Patuano ha ribadito più volte – anche nel corso dell’ultima conference call – che fa testo la valutazione riconosciuta da Telefonica per Gvt (la rete in fibra brasiliana recentemente acquisita da Vivendi) di quasi 11 volte l’Ebitda. Applicando lo stesso multiplo a Tim Brasil, ne deriverebbe una valutazione di 12 miliardi solo per la quota del 67% di Telecom Italia.
Ma oltre a questo, c’è il fatto che la vendita di Portugal Telecom ad Altice da parte di Oi è subordinata alla decisione dei portoghesi di PT Sgps, primo singolo socio di Oi, che hanno un diritto di veto sulla cessione. L’incognita è l’Opa annunciata dall’imprenditrice angolana Isabel dos Santos su PT Sgps che impedirebbe a Oi di incassare i 7,4 miliardi concordati con Altice. Come riferito da «Il Sole-24Ore» di ieri la proposta della dos Santos – benchè ritenuta ancora insoddisfacente – potrebbe essere sottoposta al voto degli azionisti di PT Sgps nella stessa assemblea che dovrà essere convocata per valutare se dare o meno il via libera alla cessione della compagnia di tlc portoghese. In altre parole, Oi – che ha una leva stressata (debito netto pari a 4,3 volte l’Ebitda), ha visto il suo debito declassato a junk (”spazzatura”), non può contare oltre sull’appoggio del suo azionista-finanziatore Bndes (la banca pubblica di sviluppo brasiliana che il Governo vuole reindirizzare al sostegno delle pmi, riducendo l’esposizione verso i grandi gruppi come Oi) – non avrebbe le risorse neppure per versare l’anticipo di un’offerta su Tim, senza aver prima incassato l’assegno della vendita di Portugal Telecom. D’altra parte, gli altri potenziali compagni di cordata non hanno interesse a buttarsi in questo momento in una gara al rilancio. Telefonica ha ancora in corso di autorizzazione l’acquisizione di Gvt, pagata 7,5 miliardi di euro, e non può permettersi per ora di mettere altra carne al fuoco in Brasile. E, inoltre, come pure il gruppo di Carlos Slim, Telefonica beneficerebbe comunque di una fusione tra Oi e Tim Brasil – che Telecom Italia sta valutando – perchè gli asset da dismettere per il superamento dei limiti antitrust sarebbero gli stessi, con la differenza che a fare il prezzo in questo caso sarebbe il compratore.
Se però non dovesse andare in porto un’integrazione consensuale tra Oi e Tim Brasil – per le troppe complicazioni del caso – allora avrebbe senso che si concretizzasse quell’offerta consortile sull’operatore mobile di Telecom Italia, coordinata da BTG Pactual con i tre operatori-concorrenti, ipotesi di cui «Il Sole-24Ore» ha riferito sin da luglio 2013. Nel gennaio di quest’anno, a quanto risulta, era stata avanzata una proposta da circa 6 miliardi per il 67% di Tim, respinta al mittente senza neppure aprire la discussione. Ora si parla di 8 miliardi, un livello ancora troppo distante dai desiderata per poter costituire una tentazione.

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