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Su Mps il peso di 30 miliardi in BTp

Nel 2009, prima dello scoppio della crisi del debito sovrano europeo, i BTp a trent’anni sono stati collocati in asta per un totale di 13 miliardi di euro. Di questi, quasi 6 miliardi sono stati venduti con emissioni di taglio medio-piccolo nella prima metà dell’anno, seguiti dal maxi-collocamento di un nuovo titolo a settembre per 6 miliardi. L’asta del benchmark arrivò al momento giusto per il Montepaschi che aveva deciso all’epoca, tramite l’acquisto di BTp a 30 anni riutilizzati in un pronti contro termine con asset swap dal tasso fisso al variabile, di chiudere con Nomura un’operazione di “maquillage” contabile: spalmare su un arco temporale trentennale le perdite attorno ai 200 milioni avute su un Cdo (Collateralized debt obligation). Serviva un nuovo BTp, per avere la lunghezza massima, e in settembre arrivò il nuovo titolo, seguito poi in ottobre da un’altra asta da 1,5 miliardi. Il Montepaschi acquistò BTp trentennali per 3 miliardi: oggi ne detiene 5,5 miliardi su un portafoglio di titoli di Stato da 30 miliardi, che rappresenta un fardello estremamente pesante, in termini di Core Tier 1, ma difficilmente smantellabile ora che lo spread BTp-Bund si sta sgonfiando.
Il giocattolo – l’operazione costruita dal Cdo al BTp e dal repo all’asset-swap – si è rotto quando l’Eba, per fronteggiare la crisi del debito sovrano e allentare la catena tra rischio-Stato e rischio-banca, nell’ottobre 2011, decide di imporre un rafforzamento di capitale alle banche per tutti i tipi di perdite rilevabili con il mark-to-market su qualsiasi posizione in titoli di Stato. Il Montepaschi fu travolto come da un fiume in piena.
L’operazione Mps-Nomura sulla carta funzionava solo perché sostituiva una perdita rilevata con il mark-to-market, quella rivenuta sul Cdo valutato a prezzi di mercato, con una perdita “invisibile”: i BTp a 30 anni acquistati dal Monte vennero trasferiti nel banking book, quello delle posizioni detenute fino a scadenza (diversamente dal trading book) e non valutate a quei tempi, come il pronti contro termine, con il mark-to-market. La Nomura acquistò il Cdo a valore nominale e non di mercato, quindi a 400 milioni, e si accollò la perdita dei 200 milioni: i 200 milioni sarebbero stati restituiti dal Montepaschi a Nomura in trent’anni tramite lo swap a tasso out-of-the-money (fuori mercato) con il quale le cedole fisse dei BTp vennero trasformate in variabile. Nel definire lo spread sull’Euribor pagato dal Monte, l’investment bank giapponese inserì anche – come di norma – la compensazione per il rischio-controparte, accollandosi un rischio-Mps per un lungo trentennio.
Questa operazione ha smesso di funzionare quando l’Eba, su indicazione della Commissione europea, ha imposto alle banche il mark-to-market anche sui titoli di Stato detenuti fino a scadenza. Il Montepaschi ne sta ancora oggi pagando le conseguenze, facevano rilevare ieri fonti bene informate: i BTp trentennali acquistati con l’obiettivo di nascondere la perdita del Cdo crollarono nel 2011, con l’acuirsi della crisi di fiducia sul rischio-Italia, e l’Eba il 30 settembre 2011 fotografò quel portafoglio di BTp per calcolare l’ammanco di capitale del Monte per arrivare al coefficiente patrimoniale del 9% sul Core Tier, con tanto di buffer per coprire le perdite potenziali sui titoli di Stato. L’Eba decise di utilizzare un valore statico e non dinamico per i calcoli delle perdite: inoltre, se le perdite aumentano, la banca è chiamata a rimpolpare il patrimonio di vigilanza, mentre se i prezzi dei titoli di Stato in portafoglio salgono e le perdite diminuiscono, il capitale non diminuisce.
Il Montepaschi è ricorso ai Monti-bond ma resta il timore di un ulteriore ammanco di capitale per mantenere i ratios del 9% sul Core Tier 1. Corre voce che Bruxelles abbia intenzione di vederci chiaro, sull’intervento pubblico a sostegno della banca, per evitare che vi sia un aiuto di Stato mascherato. E corre anche voce che il portafoglio in BTp del Monte dovrebbe teoricamente essere snellito – ora che i prezzi tornano a salire – per alleviare il peso dell’aumento di capitale: nella pratica, però, vendere BTp per importi ingenti in questo momento sarebbe un boomerang per il rischio-Italia.

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