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“Su Ilva cambiamo passo” Il governo studia la cordata Bondi potrebbe lasciare

Sul riassetto Ilva i numeri non tornano. Secondo il piano messo a punto dal commissario Enrico Bondi servono 4,2 miliardi di investimenti per bonificare e rilanciare gli impianti e l’azienda, in ginocchio dopo le inchieste della magistratura. Il governo reagisce: Matteo Renzi alza la voce e chiede «un cambio di passo», il commissario Enrico Bondi è ricevuto dal sottosegretario Graziano Del Rio, in quello che ha tutta l’aria di un commiato per l’anziano risanatore di Montedison e Parmalat. E allo Sviluppo economico s’incontrano con il ministro Federica Guidi due rappresentanti dei Riva azionisti e del colosso indiano Arcelor Mittal, il presidente di Federacciai Antonio Gozzi, Antonio ed Emma Marcegaglia, in quella che ha tutta l’aria di una cordata per rimpinguare il denaro che non scuciono i vecchi soci e le banche.

Sull’Ilva «così non si va avanti: c’è bisogno di un cambio di passo nel giro di qualche giorno», ha detto nel pomeriggio il premier, parlando alla direzione Pd. Poco dopo il suo braccio destro Del Rio incontrava Bondi, che i Riva scelsero come ad ma un anno fa, commissariata l’azienda, ne divenne commissario. Bondi scade il 4 giugno: e date la sua esperienza e personalità è difficile abbia voglia di fare compromessi, ora che il piano presentato agli azionisti a metà maggio sembra a un punto morto. Bisogna fare un passo indietro per capire le ragioni che hanno portato alle fratture sul salvataggio di un’azienda che vale da sola un quinto della produzione industriale italiana.
I governi Monti prima, Letta poi, avevano imposto vincoli, occupazionali, ambientali e di sicurezza; e visionando il documento che Bondi ha redatto con la consulenza di Mc Kinsey si nota che proprio da qui scaturiscono i suoi tre pilastri. Il primo è il mantenimento dell’intera occupazione a Taranto, dove l’acciaieria e l’indotto danno lavoro a 20mila persone: e passa per il recupero di redditività dell’impianto più grande d’Europa, sia come efficienza energetica che come posizionamento commerciale dopo la fase nera. Il secondo è l’Autorizzazione integrata ambientale varata nel 2012 con norma ad hoc, e da ottenere sviluppando tecnologie innovative tra cui la lavorazione dell’acciaio pre-ridotto, a partire dal ferro prelavorato con gas che riduce le emissioni nocive di coke e polvere ferrosa; ma i costi dell’Aia sono alti, stimati in 1,8 miliardi. Il terzo pilastro è la messa in sicurezza dei lavoratori, medica e dell’ambiente di lavoro, con bonifiche dall’amianto e altri 1.300 interventi del valore di 630 milioni. In tutto per Bondi servono 4,2 miliardi per rilanciare l’Ilva, 1,8 miliardi dai soci, il resto in prestito agli istituti.
Tuttavia Claudio Riva, intervistato dal Sole 2-4 Ore, ha definito «poco credibile sulle tecnologie e privo di solidità finanziaria » il piano Bondi. E ha trovato sponda nei banchieri, poco propensi a indebitarsi con un’azienda che tuttora perde 80 milioni al mese. Proprio i creditori (in primis Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco popolare) trovano argomenti in un’analisi del consulente Roland Berger per cui il piano 2014-2020 presenta aspetti di complessa realizzazione, che potrebbero rendere «problematico » traguardare 825 milioni di margine operativo lordo.
A questo punto gli sviluppi probabili sono, un po’ come per Alitalia, di cercare nuove basi di compromesso tra gli attori. Con qualche dipendente in meno, e standard di sicurezza e ambiente inferiori, la redditività di Ilva risalirebbe, e così l’interesse a investirvi dei produttori di acciaio sfilati al Mise, che tra l’altro non apprezzano la figura di Bondi. Entro l’8 giugno il piano industriale va approvato dal governo, ma pare difficile che passerà quello del commissario. «Su Ilva si gioca una partita opaca — ha scritto sul suo blog il senatore Pd Massimo Mucchetti — Bondi può essere rinnovato, ma i concorrenti privati dell’Ilva non vogliono. Ma soldi sul tavolo non ne mettono. C’è il rischio di uno spezzatino con l’Ilva di Novi e Genova a disposizione dei privati e Taranto a Mittal, che ridurrebbe la produzione a 5 milioni di tonnellate tagliando l’occupazione. Altra ipotesi è il ricorso alla legge Marzano. Ma un governo che vuol fare industria e non Confindustria, promuovendo innovazione e lavoro in un ambiente migliore e non finanza e taglio dei posti in un ambiente peggiore, ci penserà bene prima di dare retta a certe sirene».
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