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Su Google i fari dell’antitrust Usa

di Mario Platero

Jon Leibowitz, il presidente della Federal Trade Commission, ha l'atteggiamento sornione di chi ha già fatto tutto, ma non può dire nulla: «Non parliamo mai delle nostre inchieste….ma gli sviluppi saranno interessanti…», dichiara al Sole 24 Ore riferendosi alla bomba mediatica di ieri, le indiscrezioni sull'inchiesta per abuso di posizione dominante che sta per partire contro Google, il colosso della ricerca sulla rete.

Incontriamo Leibowitz durante il convengo annuale dell'American Antitrust Institute. Ha appena consegnato il prestigioso premio annuale dell'organizzazione a Mario Monti, la prima volta che questo premio va a uno straniero. Ma il tema centrale, anzi grave, resta Google: sarebbe la prima volta che il gruppo informatico entra nel mirino delle autorità americane per una questione di abuso di posizione dominante. Finora si era solo parlato di certe operazioni di fusioni o acquisizioni. Ma qui ci si concentrerà sulle dinamiche del modello Google, che collega gli algoritmi di ricerca a quelli pubblicitari, un binomio che resta il core business dell'azienda. Attenzione, che Google sia in una "posizione dominante" lo si sapeva: i due terzi degli americani usano Google per le proprie ricerche. E i calcoli sono più o meno simili anche all'estero. In Europa ad esempio è già partita un'inchiesta simile. Ma la legge americana non è necessariamente contro una posizione dominante, è piuttosto contro l'abuso di quella posizione per tagliare fuori i concorrenti e minacciare così nel medio lungo-termine gli interessi del consumatore.

Uno dei punti centrali riguarda l'obiettivo di Google di estendere la sua posizione dominante sul mercato pubblicitario e della ricerca a quello della telefonia mobile, della televisione online, dell'editoria e dei viaggi attraverso metodi illegali. Ovviamente Google nega, afferma che vi sono mille modi di navigare e ricercare su internet senza passare attraverso il suo motore. E che le scelte dei consumatori debbono essere rispettate e protette. Ma aziende come Expedia, e Tripadvisor o Yelp affermano che Google promuove i suoi "link", anche quelli periferici al core business in modo artificiale rispetto ai concorrenti, privandoli così di traffico sulla rete. Se andate su Google in sostanza, appaiono dei nomi in cima alla lista che sono quelli più naturalmente cliccati. Questo al di là della pubblicità a pagamento che consente di apparire in cima alla lista con uno sfondo di colore diverso.

Il caso sarà difficile per entrambi. Per Google ovviamente, ma anche per la Ftc. Negli ultimi anni i giudici hanno chiesto prove schiaccianti per condannare un'azienda per abuso di posizione dominante e non è detto che ci siano. Google dovrà passare almeno un anno con gli avvocati dell'autorità americana, aprire i suoi archivi, le sue email, i suoi documenti programmatici per controbattere alle accuse.

La situazione qui al convengo dell'antitrust, al National Press Building di Washington, è tesa. Ma anche al tavolo della Google fanno i sornioni: «Abbiamo comprato questo tavolo prima delle notizie di oggi», dice scherzando uno dei funzionari del gruppo informatico. Afferma anche lui che non si può parlare di un'inchiesta in corso, ma chiude con una battuta: «Non sappiamo nulla, siamo come le tre scimmie, ma sappiamo che se si parte per quest'avventura la strada sarà lunga e difficile».

 

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