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Studi professionali spalle al muro

di Debora Alberici 

Responsabilità amministrativa degli enti sempre più estesa. Lo studio professionale costituito in forma societaria è soggetto all'interdizione dall'esercizio dell'attività se dall'affare illecito ha guadagnato un profitto elevato oppure se la condotta criminale è reiterata nel tempo.

Lo ha sancito la Corte di cassazione con la sentenza n. 4703 del 7 febbraio 2012.

Insomma deve chiudere le saracinesche lo studio professionale, in questo caso un ambulatorio odontoiatrico costituito in forma di sas, nel caso in cui le attività criminali siano reiterate o il guadagno sia stato elevato.

Ha quindi ragione, ad avviso della seconda sezione penale della Suprema corte, il tribunale del riesame di Messina che ha convalidato la misura cautelare a carico dell'ambulatorio.

Inutile, infatti, il ricorso al Palazzaccio nel quale si lamentava la violazione degli articoli 9 e 46 del dlgs 231 del 2001, perché, aveva sostenuto la difesa, la misura interdittiva è giustificata solo dalla reiterazione delle condotte illecite e non anche dal profitto, non essendo stata acquisita, prima dello scadere del termine relativo alle indagini, prova del profitto conseguito dalla sas.

A questa obiezione gli Ermellini hanno risposto che «il primo motivo è manifestamente infondato pretestuoso perché l'art. 13 del dlgs n. 231 del 2001 subordina l'applicabilità delle sanzioni interdittive alla circostanza che l'ente abbia tratto dal reato un profitto di rilevante entità, ovvero, in alternativa, che l'ente abbia reiterato nel tempo gli illeciti e, proprio la reiterazione delle condotte illecite è stato valutato dal gip di Messina come elemento che giustifica l'emissione della misura».

Anche la procura generale della Suprema corte, nell'udienza tenutasi al Palazzaccio lo scorso 24 novembre, aveva chiesto alla seconda sezione penale di respingere il ricorso presentato dalla sas.

Insomma, una decisione quella depositata dalla Cassazione che acquista ancora più valore alla luce della recente riforma legislativa (legge di stabilità) che, a partire da giugno 2012, autorizza a costituire società tra professionisti, anche per l'esercizio di più attività professionali e con la partecipazione di soci non professionisti per prestazioni tecniche, o per finalità di investimento.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un'espansione delle norme sulla responsabilità amministrativa delle società che d'ora in avanti toccheranno anche i grandi studi professionali o comunque quelli costituiti in forma societaria.

Da giugno di quest'anno, quindi, l'impatto del principio sancito ieri dalla Cassazione potrebbe avere un peso maggiore.

Non basta. La decisione conferma il «trend» registrato nella giurisprudenza di legittimità di applicare con maggiore facilità possibile le misure restrittive contenute nella 231. E infatti in un primo momento la Suprema corte ne aveva stabilito l'applicabilità alle imprese partecipate dallo stato. Ma questo è ormai un orientamento più che consolidato. Ad aprile dell'anno scorso, segnando una decisa inversione di rotta rispetto a sentenze passate, la stessa Cassazione ha dilatato ancora i confini delle disposizioni arrivando a coinvolgere anche le imprese individuali. Infatti con la sentenza n. 15657/2011 è stata sancita la possibilità di sottoporre a responsabilità amministrativa anche le imprese piccolissime (quelle individuali). Ciò perché, ha spiegato la seconda sezione penale in quell'occasione, «muovendo dalla premessa che l'attività riconducibile all'impresa è attività che fa capo a una persona fisica e non a una persona giuridica intesa quale società di persone (o di capitali), non può negarsi che l'impresa individuale (divergente dalla ditta individuale) ben può assimilarsi a una persona giuridica nella quale viene a confondersi la persona dell'imprenditore quale soggetto fisico che esercita una determinata attività: il che porta alla conclusione che, da un punto di vista prettamente tecnico, per impresa deve intendersi l'attività svolta dall'imprenditore-persona fisica per la cui definizione si rinvia al codice civile».

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