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Studi, motivazione «light»

La Corte di cassazione fa un passo indietro sugli studi di settore e, con una sentenza (la n. 10584/2013 VI sezione civile) in controtendenza con l’orientamento consolidato sul tema (si veda anche la recente sentenza n. 4166/2013), conferma la validità degli accertamenti basati sullo scostamento del reddito dichiarato dai dati standard da essi emergenti.
Il caso
Nel caso di specie, i giudici di piazza Cavour hanno esaminato il ricorso presentato dall’amministrazione finanziaria avverso la decisone dei giudici di secondo grado che avevano annullato l’avviso di accertamento notificato dal Fisco a un veterinario. In particolare, il collegio di appello aveva respinto il ricorso dell’agenzia delle Entrate (già soccombente in primo grado), ritenendo l’atto di accertamento non adeguatamente motivato, in quanto dallo stesso non era possibile comprendere il metodo adottato dal Fisco, non potendosi ritenere autosufficiente il mero scostamento del reddito dichiarato da quello emergente dallo studio di settore applicato. Accogliendo il ricorso presentato dall’Agenzia, i giudici di legittimità hanno cassato la pronuncia della Commissione regionale, riportando in auge il dibattito sulla valenza degli studi di settore. Nella motivazione dei giudici togati si legge, infatti, che l’amministrazione può, sulla base dell’articolo 39 del Dpr n. 600/73 fondare il proprio accertamento anche solo sugli studi di settore. In questo caso – si legge ancora nella sentenza – l’Ufficio «non è tenuto a verificare tutti i dati richiesti per uno studio generale di settore, potendosi basare anche solo su alcuni elementi ritenuti sintomatici per la ricostruzione del reddito del contribuente».
Ciò detto, a una prima lettura, le motivazioni addotte dal collegio appaiono, per alcuni versi condivisibili, ma non esaustive. A tutt’oggi, infatti, le pronunce più significative della Cassazione sul tema in argomento restano quelle della Corte, a sezioni unite, nn. 26635, 26636, 26637 e 26638 del 2009.
La pronuncia del 2009
In tale contesto, la Corte ebbe modo di sottolineare la centralità del contraddittorio preventivo previsto espressamente dall’articolo 10 della legge 146/1998, quale momento imprescindibile di contatto che consente al contribuente di esporre le ragioni che hanno determinato lo scostamento dallo studio di settore. Il tutto in quanto – spiega la Corte – la procedura di accertamento standardizzato mediante l’applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema di «presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza non è ex lege determinata in relazione ai soli standard in sé considerati, ma nasce procedimentalmente in esito al contraddittorio da attivare obbligatoriamente, pena la nullità dell’accertamento». Nella sentenza depositata ieri, non è dato comprendere se questa procedura sia stata seguita. Ciò in quanto non è in discussione (come sembrerebbe emergere dalla motivazione della Corte) la prerogativa del fisco di ricorrere allo strumento degli studi di settore per accertare la posizione di un contribuente, quanto il fatto che la motivazione dell’atto di accertamento non possa limitarsi a richiamare gli esiti dello studio, ma si strutturi a margine «di un percorso di adeguamento della elaborazione statistica degli standard alla concreta realtà economica del contribuente». Per questo è necessario che nelle motivazioni dell’atto l’amministrazione dia puntuale conto delle ragioni per le quali i rilievi, espressi nel contraddittorio siano stati disattesi. Nella sentenza in commento, purtroppo, non è dato rinvenire precisazioni circa il rispetto di tale fondamentale requisito da parte dell’agenzia delle Entrate nel caso preso in esame. Restano, quindi, troppo pochi gli elementi per intendere la nuova pronuncia della Cassazione come un cambio di rotta sul delicato tema degli studi di settore.

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