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Studi di settore, urge dietrofront

di Susanna Baldi 

Torniamo a parlare degli studi di settore, ma questa volta le novità non sono per niente positive. Con la manovra estiva, molti contribuenti potranno essere chiamati a difendersi dagli accertamenti induttivi del fisco già per il periodo d'imposta 2010. Il dl n. 98/2011, convertito in legge n. 111/2011, consente, infatti, agli uffici dell'Agenzia delle entrate di procedere ad accertamento induttivo anche in presenza di lieve irregolarità nella compilazione degli studi di settore. L'Agenzia delle entrate può in sostanza procedere con un accertamento induttivo nel caso in cui sia rilevata l'omessa o infedele comunicazione dei dati rilevanti ai fini degli studi di settore o siano indicate cause di esclusione o d'inapplicabilità degli stessi inesistenti.

La dichiarazione è ritenuta infedele quando a seguito della corretta applicazione degli studi emerge uno scostamento pari al 10% tra il maggior reddito accertato e il reddito dichiarato. L'Agenzia delle entrate poi verifica la coerenza e congruità del contribuente nell'anno d'imposta e in quello precedente e non può procedere ad accertamento induttivo se il contribuente è congruo e coerente in entrambi gli anni. È posto anche un limite per i maggiori ricavi accertati, che entro il limite dei 50 mila euro, non devono essere superiori al 40% dei ricavi dichiarati.

Nel caso di accertamento induttivo nei confronti di un contribuente e di ricalcolo del maggior reddito imponibile sulla base di coefficienti di ricalcolo, l'ufficio non è obbligato a motivare le ragioni che l'hanno indotto a disattendere alle risultanze dello studio di settore e questo è un passo indietro rispetto ai rapporti intrattenuti fino a oggi con il contribuente.

Come affermato proprio dall'Agenzia delle entrate, lo studio di settore è uno strumento statisticamente attendibile perché si fonda su calcoli statistici, sul confronto con le categorie che rappresentano i contribuenti e sul monitoraggio degli osservatori locali che consentono di monitorare l'andamento di ciascun settore e quindi di stimare con approssimazione i ricavi che ogni contribuente, facente parte di un particolare settore, tenendo conto anche dei costi inerenti, dovrebbe dichiarare. La legge 111/2011 fa un passo indietro rispetto al passato perché inasprisce le sanzioni e il rischio di accertamento in presenza di uno scostamento del 10% del reddito dichiarato, rispetto a quello ricostruito e permette all'ufficio di procedere nonostante i risultati prodotti dallo studio, senza fornire motivazione. Tutto questo rischia di compromettere i rapporti di collaborazione instaurati finora tra fisco, associazioni di categorie e contribuente, che tendevano a creare un clima collaborativo e non vessativo tra le parti. Con la nuova legge il contribuente si dovrebbe difendere dalle Entrate che in sede di verifica applicherebbe coefficienti di ricarico empirici, non tenendo conto dell'applicazione correttiva degli studi stessi. Di fronte al giudice di merito il contribuente dovrebbe difendersi affermando che l'ufficio ha ignorato l'attendibilità dello studio di settore, a danno del contribuente preferendo una tecnica ricostruttiva imprecisa. È di questi giorni la richiesta delle categorie d'imprese e dei professionisti, di un dietrofront rispetto alla manovra estiva.

Sicuramente il legislatore è stato spinto a inasprire le regole, da una serie di dati raccolti proprio dall'Agenzia delle entrate, che mostrano indicatori poco incoraggianti sul fronte dell'evasione. I controlli hanno difatti portato alla luce ritocchi sui costi residuali, che consentono a molti contribuenti di aggiustare in modo artificioso lo studio di settore.

Considerando però la notevole mole di dati richiesti nella compilazione dello studio, che possono portare a errori in buona fede, il limite del 10% di scostamento è sicuramente esiguo, visto anche che nel caso sia riscontrata infedeltà sono applicabili sanzioni dal 150% al 300% delle maggiori imposte e che nel caso di omissione di dati irrilevanti la sanzione per il contribuente è pari a 2.065 euro. Speriamo in un ritorno alla collaborazione tra le parti, che spinga il contribuente a riportare i dati corretti nello studio e che permetta al fisco di combattere l'evasione.

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