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Studi di settore, non c’è partita

Tempi duri, anzi durissimi, per gli studi di settore. L’esame delle ultime sentenze emesse dalla Corte di cassazione sul principale strumento di accertamento induttivo utilizzato dal fisco evidenziano una vera e propria Caporetto, con la soccombenza dell’amministrazione finanziaria in sei casi su sei.

Alcune volte sono le tipicità dell’attività o le caratteristiche peculiari dell’impresa a far volgere il giudizio a favore del contribuente.

In altre situazioni è un utilizzo ancora troppo spregiudicato e disinibito degli studi di settore che finisce per pregiudicare l’operato del fisco.

Tutte e sei le sentenze hanno però un unico filo conduttore che lega l’una alle altre: la centralità del contraddittorio preventivo.

Nella tabella in pagina abbiamo riepilogato le motivazioni delle ultime sei sentenze emesse fra la fine dell’anno 2012 e l’inizio del 2013 dalla Corte di cassazione aventi a oggetto proprio gli studi di settore.

Tenuto conto degli esiti delle sentenze è dunque importante capire come e quando i giudici di legittimità ritengono illegittimo l’utilizzo dello studio di settore da parte del fisco.

L’utilizzo del «solo» studio di settore. La sentenza più recente fra quelle elencate in tabella (n.4166 del 20/02/2013) ribadisce con forza il pensiero, ormai consolidato, dei giudici di legittimità in ordine all’insufficienza probatoria delle sole risultanze dello scostamento misurato dallo studio di settore.

Si tratta di un filone giurisprudenziale che è ormai diventato univoco e costante dopo le famose sentenze delle sezioni unite della suprema corte del dicembre 2009.

Ed è proprio richiamando i precetti contenuti in dette sentenze e l’importanza e la centralità del contraddittorio preventivo nel procedimento di accertamento basato sugli studi di settore che la Cassazione ha bocciato l’operato del fisco nel caso di specie.

Quel che dà sostanza all’accertamento mediante l’applicazione dei parametri, si legge infatti in sentenza, è il contraddittorio con il contribuente, dal quale possono emergere elementi idonei a commisurare alla concreta realtà economica dell’impresa la presunzione indotta dal rilevato scostamento del reddito dichiarato.

Siccome il contribuente si era presentato al contraddittorio e aveva addotto una serie di circostanze, la motivazione dell’accertamento, conclude la Corte, «non poteva esaurirsi nel mero rilievo del predetto scostamento dai parametri, ma doveva essere integrata (anche sotto il profilo probatorio) con le ragioni per le quali erano state disattese le contestazioni sollevate dal contribuente in sede di contraddittorio, in quanto era da questo più complesso quadro che potevano emergere la gravità, la precisione e la concordanza attribuibili alla presunzione basata sui parametri, e la giustificabilità di un onere della prova contraria».

Conclusioni pressoché analoghe a quelle ora ricordate si ritrovano anche nella sentenza n. 23543 del 20 dicembre 2012 con la quale la Cassazione ha accolto il ricorso di un avvocato contro un accertamento fiscale spiccato soltanto sulla base dello scostamento fra i compensi dichiarati e quelli misurati dallo studio di settore.

Quando il contribuente abbia contestato la pretesa, presentandosi al contraddittorio preventivo, si legge infatti nella sentenza da ultimo richiamata, «l’atto impositivo non può esaurirsi nel rilievo dello scostamento, ma deve essere integrato con la dimostrazione dell’applicabilità in concreto dello standard prescelto e con le ragioni per le quali sono state disattese le contestazioni sollevate dal contribuente, e il giudice può valutare, nel quadro probatorio, la mancata risposta all’invito».

Le «specifiche» caratteristiche dell’attività. La débâcle degli studi di settore può dipendere anche dal non avere tenuto in debito conto le peculiari condizioni di svolgimento dell’attività quando le stesse divergono da quelle normali sulle quali si fondano le variabili di calcolo che sorreggono lo strumento di accertamento induttivo.

Sulla base di queste semplici considerazioni la Cassazione ha respinto al mittente due accertamenti effettuati applicando gli studi di settore dei quali uno nei confronti di una società che operava in un particolare settore con specifiche caratteristiche non riconducibili al campione statistico utilizzato dai parametri (sentenza n. 3355 del 12/2/2013) e l’altro effettuato a una società per la quale lo scostamento da Gerico era giustificato dalla fase di start up nella quale la stessa si trovava (sentenza n. 23070 del 14/12/2012).

In una fase come quella di avvio di una nuova attività, si legge nella sentenza da ultimo richiamata, «la specifica realtà dell’impresa del contribuente, nel periodo di tempo in esame, giustificava la disapplicazione dei parametri utilizzati dall’ufficio».

L’utilizzo retroattivo dello studio più evoluto

Nel panorama giurisprudenziale oggetto del presente lavoro non poteva mancare il richiamo da parte dei giudici di legittimità all’utilizzo dello studio di settore più evoluto se più favorevole al contribuente. Nel caso deciso a favore del contribuente con la sentenza n. 22599 dell’11 dicembre scorso la Suprema corte infatti, dopo aver ricordato come la procedura di accertamento basata sugli studi di settore sia di tipo «standardizzato» e come tale frutto di un progressivo processo di affinamento nel tempo degli strumenti di rilevazione, ha precisato come da tutto ciò si renda necessaria «la conseguente applicazione retroattiva dello strumento più recente rispetto a quello precedente, in quanto più affinato e, pertanto, più affidabile».

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