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Studi di settore con meno rigidità

di Marco Mobili

Studi di settore, operazioni black list e spesometro. Le semplificazioni degli adempimenti fiscali mettono nel mirino anche le comunicazioni tra Fisco e contribuenti. Introdotte dal Governo negli ultimi anni per stringere quanto più possibile le maglie della rete anti-evasione, in alcuni casi hanno finito per rendere particolarmente complesso il rispetto degli adempimenti fiscali da parte di professionisti e imprese. Più volte queste ultime hanno chiesto all'amministrazione finanziaria una rivisitazione delle regole di comunicazione delle informazioni e soprattutto dei limiti oltre i quali far scattare la stretta anti-evasione. È il caso, per esempio, del modello con cui i contribuenti comunicano al Fisco i dati sugli studi di settore, così come le clausole di esclusione o di inapplicabilità. Con la manovra estiva il Governo ha deciso di non fare più sconti a chi "tarocca" gli studi di settore. A questi soggetti il Fisco, sulla base delle due manovre, è pronto ad applicare l'accertamento induttivo, ovvero quella tipologia di controllo che può mettere in discussione la posizione del contribuente davanti al Fisco sulla base anche di un solo indizio.
Secondo le ipotesi allo studio, come peraltro chiesto dalle imprese più volte, il ricorso all'accertamento induttivo dovrebbe limitarsi solo ai casi in cui l'infedele compilazione del modello studi di settore produca una elevata differenza fra reddito accertato e reddito dichiarato.
Oggi le norme sulle sanzioni e l'accertamento posizionano questa differenza al 10 per cento. Percentuale, questa, facilmente raggiungibile anche con un semplice o involontario errore di compilazione del modello studi settore o delle cause di esclusione o di incompatibilità del contribuente.
Modifica allo studio anche per le comunicazioni black list ai fini dell'Iva. Introdotte dal Governo Berlusconi con il decreto incentivi del 2010 per contrastare ulteriormente l'evasione fiscale internazionale, anche in questo caso la mancanza di una soglia di esclusione sembra aver complicato la vita a imprese e professionisti. Per semplificare il rispetto dell'obbligo di comunicazione si starebbe pensando di escludere dalle informazioni da inviare all'amministrazione finanziaria le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate e ricevute, registrate o soggette a registrazione – nei confronti di operatori economici che hanno sede, residenza o domicilio in Paesi a fiscalità privilegiata – di importo limitato. In sostanza con l'introduzione di una soglia le operazioni di piccolo importo non dovranno essere più inviate all'amministrazione finanziaria.
Per una soglia che arriva ce ne sarà un'altra destinata a essere cancellata. Si tratta dei 3.000 euro (3.600 con Iva) introdotti con lo spesometro per mettere sotto osservazione le compravendite sia ai fini dell'uso del contante sia fini della capacità di spesa dei contribuenti. Tra le ipotesi più volte descritte si penserebbe a eliminare del tutto il limite delle spese oltre il quale gli operatori commerciali e i loro intermediari devono comunicare le operazioni al fisco, le cosiddette operazioni "B2B". In questo modo rientrebbe dalla finestra l'elenco clienti-fornitori eliminato dal precedente Governo all'indomani del suo insediamento.
La soglia dei 3.000 euro resterebbe solo per le operazioni con i privati. Una sua eventuale cancellazione produrrebbe l'effetto opposto di complicare la vita ai contribuenti chiamati a comunicare anche operazioni di importo particolarmente ridotto.
Dalle semplificazioni al federalismo fiscale e in particolare all'arrivo già dal prossimo mese di giugno dell'Imu. Nel decreto potrebbero entrare le modifiche alle esenzioni sull'Imu, cancellate ex tunc dalla manovra di Natale. Oltre a rivedere l'obbligo di tassazione che oggi grava sugli immobili storici, così come sugli ex Iacp, il nuovo Dl potrebbe essere anche lo strumento su cui far salire il regime di esenzioni degli immobili degli enti no profit e della chiesa annunciato ieri dallo stesso Presidente del Consiglio

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