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Studi, debiti da p.a. irrilevanti

Linea dura sugli studi di settore anche in tempi di grave insolvenza da parte degli enti pubblici. È valido l’accertamento pure se il contribuente non ha riscosso i crediti dalla pubblica amministrazione. Infatti, sancisce la Corte di cassazione con la sentenza n. 23994 del 23 ottobre 2013, l’atto di diffida e la messa in mora prodotte nel contraddittorio con l’ufficio delle imposte sono insufficienti a sconfessare l’atto impositivo.

La sezione tributaria ha, infatti, accolto l’ultimo motivo di ricorso presentato dall’Agenzia delle entrate, osservando che la controversia verteva sui maggiori ricavi accertati dall’ufficio per i quali il contribuente, già previamente invitato al contraddittorio nella fase endoprocedimentale, aveva addotto di non averli realmente incassati nell’anno di imposta oggetto dell’accertamento.

È stato quindi ritenuto dal Collegio di legittimità che la Ctr Lazio doveva meglio precisare quale era l’ammontare del reddito accertato dall’amministrazione finanziaria e quale l’entità dello scostamento rilevato rispetto alla dichiarazione del contribuente, al fine di chiarire perché le giustificazioni offerte dal professionista, in ordine alla mancata percezione di compensi, fossero congrue e costituissero idonea prova contraria.

Sul punto la Cassazione ha messo nero su bianco che «a fronte di una pretesa fiscale fondata su di una prova per presunzione, il contribuente, per resistere, deve contrastare tale prova e quindi, a questo fine, ha l’onere di dimostrare un fatto, positivo, vale a dire la percezione del reddito in un periodo diverso da quello ritenuto, sulla base di un preciso riferimento probatorio, dall’Amministrazione, ovvero la esistenza di impedimenti alla percezione o comunque di fattori idonei a impedire l’incasso tempestivo dei compensi».

Ora gli atti torneranno alla Commissione tributaria regionale del Lazio che, nel riconsiderare interamente il caso, dovrà valutare il principio di diritto per la prima volta affermato in sede di legittimità.

Nell’udienza tenutasi al Palazzaccio lo scorso anno, a novembre, la Procura generale di Piazza Cavour ha chiesto di accogliere il gravame presentato alla Suprema corte dall’Agenzia delle entrate.

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